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LE PAURE INAMOVIBILI

Molti incidenti in ambito equestre accadono in presenza di paure riguardanti oggetti inamovibili, come pozzanghere, fiumi o tombini. Sapere come agire correttamente, permette di prevenire infortuni a cavalli e cavalieri. Vediamo come.

 

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Nello scorso articolo abbiamo visto come affrontare le paure tramite la razionalizzazione. Il procedimento prevede di permettere al cavallo una via di fuga, ma non di liberarsi dalla situazione che ha generato la paura, fino al passaggio al pensiero razionale, visibile tramite i segnali di relax (vedi articolo Le paure – Parte I). Una volta capito il meccanismo, è tecnicamente semplice da applicare. Ma quando la fonte della paura non può essere spostata per seguire la fuga del cavallo, le cose si complicano. Le situazioni di pericolo in questi casi possono diventare le più diverse: da impennate, a sgroppate, a scivolate a terra, fino alle fughe fuori controllo o molto altro (foto1). Nella migliore delle ipotesi, ci troveremo costretti a ritornare sui nostri passi, rinunciando magari ad un’uscita in compagnia.
Ipotizziamo, per esempio, di voler passare un fiume e che il cavallo si rifiuti. Spesso un lavoro da terra ci permette di lavorare al meglio, ci consente di osservare le reazioni del cavallo e di evitare situazioni pericolose. Quindi, se possiamo, scendiamo da sella e lavoriamo con capezza e lunghina d’addestramento. A seconda delle esperienze pregresse del cavallo, il rifiuto sarà più o meno vicino all’oggetto in questione. Il punto di inizio della difesa va conosciuto, perché sarà il momento in cui cominceremo a lavorare. Una volta individuato, la prima cosa da capire è se effettivamente il cavallo ha paura del fiume o semplicemente rifiuta di entrarci, per un qualsivoglia motivo. La lettura dei suoi segnali, ci indicherà il lavoro da fare. In caso di paura, gli occhi saranno sbarrati, le orecchie dritte in avanti in direzione del fiume, la bocca serrata, respiro affannoso e nari dilatate (foto2). In questo caso ci metteremo non distanti dal punto di inizio della paura e cominceremo a prendere gestione dei movimenti dei suoi piedi con il primo esercizio del metodo ATH, in modo da concentrare l’attenzione su di noi, ignorando la fonte del timore. Lentamente ci sposteremo verso il punto di inizio della paura e ad un certo punto chiederemo al cavallo di dirigersi verso il fiume, usando i comandi del controllo a distanza, il tredicesimo step del metodo ATH (foto3). Potrebbe fare qualche passo in più di prima, ma quasi sicuramente si bloccherà, spaventato. Non è il momento di aumentare la pressione, perché in questo modo non faremo che terrorizzare il cavallo, facendolo sentire in trappola e portandolo a cercare vie di fuga alternative o ad aggredirci. Come abbiamo già detto in passato, se un cavallo può, fugge, ma se non può, aggredisce. Perciò, arrivati a questo punto, osserviamo i suoi comportamenti. Se decide di allontanarsi, lasciamolo andare, sempre sotto controllo, ma cerchiamo di far sì che il suo allontanamento lo riporti di nuovo al problema, magari poco più distante dal punto di prima e ritorniamo ad osservare i suoi comportamenti. Ogni tentativo di fuga deve essere concesso, ma deve poi concludersi sempre verso il problema originale. Dopo diversi tentativi, il cavallo inizierà a comprendere che la fuga non è una soluzione e comincerà ad elaborare nuove strategie. La parte razionale è entrata in funzione, sostituendo quella istintiva. Teniamo sempre sotto controllo la lettura dei segnali di relax. A questo punto, di solito, i cavalli iniziano a scavare a terra con uno zoccolo o ad abbassare la testa, cercando di annusare il terreno (foto4). Lasciamoli fare per tutto il tempo in cui cercano di studiare la loro paura. Mettere pressione in questi momenti li farà riportare al lato istintivo, quindi alla fuga. Inoltre correremo il rischio, come spessissimo accade, che il cavallo associ le pressioni che vengono applicate all’oggetto della paura, aumentando lo stress ed il panico. La pressione andrà messa solo nel mo-mento in cui l’animale perderà interesse nel fiume, ignorandolo. Andremo ad applicarla secondo i consueti schemi di livelli di pressione crescente. Se lasciamo studiare l’oggetto al cavallo, le sue conclusioni possono portarlo a cercare di affrontarlo, magari mettendo un piede dentro l’acqua (foto5), oppure lo possono portare a scegliere nuovamente la fuga. In questo secondo caso, agiremo come detto prima: lo lasceremo andare, per poi farlo ritornare sull’oggetto della paura. Nel primo caso invece lo lasceremo fare, cercando di associare al luogo pauroso, un momento di relax e riposo (foto6). Tutto lo schema si ripete, mentre noi coordiniamo le richieste stando a lato o prima dell’ostacolo. Il nostro sguardo sarà sul punto di passaggio del cavallo, mai sull’animale. Per lui il nostro sguardo sarà la sua guida. Vi accorgerete che tenderà a passare sempre più dove il vostro sguardo si poserà.
Qualora il cavallo semplicemente non avesse voglia di affrontare l’ostacolo, non dovremmo far altro che creare un’associazione: quando rifiuta, lo facciamo entrare in un esercizio di lavoro impegnativo (per esempio il primo step, fatto con un ritmo alto e con un diametro stretto), mentre se lo affronta, lo lasceremo privo di pressioni. Un cavallo che non vuole affrontare un problema, ma non ne è spaventato, non mostra i segnali tipici della paura, come li abbiamo già descritti.
Se cercassimo di convincere un cavallo di questo genere ad affrontare un problema come fosse un cavallo spaventato, sarà molto difficile riuscire ad ottenere un buon risultato. Viceversa, affrontando un cavallo spaventato come se fosse un cavallo che rifiuta, si rischierebbe di terrorizzarlo ancora di più. L’osservazione delle espressioni e dei segnali è fondamentale. Chiaramente, durante questi lavori, abbiamo la necessità di avere tutti gli esercizi di rispetto e controllo ben consolidati e sicuri. Le carenze degli esercizi di base in queste situazioni, diventano fattori critici che ci impediranno di raggiungere il risultato, mettendoci anche in situazioni di pericolo. Ogni volta che ci arrenderemo nel convincere il cavallo ad affrontare una paura a terra, lui si convincerà a resistere sempre di più alle nostre richieste e il lavoro di risoluzione sarà sempre più lungo e complesso. Se invece costringessimo il cavallo ad affrontare la situazione con la forza, ci potremmo anche riuscire, ma la prossima volta che ci dovessimo trovare di nuovo nella stessa identica situazione, sarà pronto ad anticipare la nostra costrizione, sviluppando difese sempre più pericolose. Alla base del lavoro consigliato fino a qui, c’è la filosofia del permettere al ca-vallo di scegliere di affrontare la paura, senza fargli percepire di essere costretto. Un cavallo che sceglie, è un cavallo portato a scegliere di nuovo. Un cavallo obbligato, è un cavallo che penserà fino alla prossima occasione a come fare per non essere obbligato di nuovo. La differenza è abissale e nel nostro rapporto può segnare un incremento della fiducia nei nostri confronti o un deterioramento della stessa. Tuttavia dovremo fare attenzione: alcuni cavalli cominciano ad affrontare una situazione con paura, ma ad un certo punto, capito che non c’è nulla da temere, potrebbero decidere di rifiutare di trovare una soluzione. Per cui dovremmo essere pronti ad adeguare la tipologia di lavoro in base ai cambiamenti comportamentali del cavallo stesso.
Come per le paure del precedente articolo, le paure su oggetti inamovibili si affrontano permettendo al cavallo di fare delle scelte e di optare per una collaborazione con noi, ottenendo così risultati di lungo termine e rinforzando la capacità del cavallo di affrontare in sicurezza paure sempre nuove.

 

ALTRI METODI
Ci sono altri sistemi per affrontare le paure inamovibili. Uno di questi, il più spiccio ed utilizzato, è tramite la coercizione. Questo sistema prevede la costrizione del cavallo sulla paura, come per esempio trascinare a forza l’animale sull’oggetto o esercitando violenza, fino a quando, per maggior terrore del dolore, il cavallo affronta la paura. Le conseguenze, come spiegato in questo articolo, sono quelle di trovare difese sempre più forti e prevenute. Un altro sistema è quello di utilizzare cavalli più esperti per far coraggio al soggetto spaventato. Il sistema può funzionare con alcuni, specie se gregari o puledri inesperti. Tuttavia può non essere risolutivo, in quanto l’animale potrebbe affrontare la paura solo in presenza di altri equidi e mai da solo. Un terzo sistema prevede che il cavaliere passi prima del cavallo, cercando di trasmettergli fiducia. Anche questo metodo può essere positivo ed aiutarlo ad superare la paura, qualora il rapporto con il cavallo sia ben consolidato e di fiducia. Il risvolto negativo si potrebbe avere nel momento in cui l’ostacolo dovesse essere affrontato da sella e non ci fosse la possibilità di scendere. In questo caso potremmo trovarci in seria difficoltà. Un ultimo sistema prevede il rinforzo positivo in cibo, al fine di associare una cosa piacevole alla paura. Raramente questo sistema funziona, creando invece un ulteriore stress nel cavallo che punta a pretendere la sua leccornia, ma non a riflettere sul suo timore. Una volta ottenuto il cibo, tornerebbe ad aver la stessa paura tale e quale a prima. Qualora, inoltre, nella sua bilancia mentale, il cibo diventasse meno importante della paura, ci ritroveremmo senza mezzi per risolvere la situazione.

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