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GIRARE IL CAVALLO ALLA CORDA

Perché girare il cavallo alla corda? A cosa serve? C’è una maniera corretta per farlo? E con quali strumenti?

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Spesso il lavoro alla corda viene trascurato e snobbato, tanto nella monta inglese, quanto nella monta americana. Per molti è una perdita di tempo, mentre per altri non salire subito in sella è da codardi. Dei pochi che lo fanno, la maggior parte non lo fa con cognizione. Se invece i cavalieri imparassero ad eseguire questo esercizio in maniera corretta, i benefici che ne trarrebbero sarebbero numerosi e imparerebbero molte cose sul loro compagno di lavoro a quattro gambe.
Iniziare una sessione di lavoro girando il cavallo in corda, permette a noi di valutare lo stato di salute ed emotivo del cavallo: uno sguardo ai movimenti dell’animale ci consentirebbe di notare zoppie o anomalie nelle andature, mentre il suo atteggiamento ci indicherebbe se necessita di scaricare le energie in eccesso o se fosse apatico e pigro (foto1). Molti cavalli non hanno la possibilità di essere lavorati tutti i giorni, quindi l’esercizio alla corda permette loro di sgranchirsi con qualche sgroppata o rallegrata (foto2). Non puniamoli per questo (a meno che non sia un atteggiamento aggressivo nei nostri confronti), ma diamo loro un momento per poter sfogare l’euforia e scegliere come farlo, perché poi pretenderemo concentrazione ed impegno durante il lavoro. Il fatto che un cavallo passi le giornate a paddock, non vuol dire che possiamo ignorare questo esercizio, perchè difficilmente da solo sceglierà di sprecare energie correndo.
Se in questa fase di lavoro studiamo ed osserviamo il nostro cavallo, anche lui nel frattempo studierà noi: i nostri movimenti ed i nostri atteggiamenti gli comunicano se siamo degli abili leader o se abbiamo paura, se siamo rilassati o nervosi, se siamo sicuri o insicuri. Convincere il cavallo delle nostre abilità in qualità di capo branco, migliorerà anche il rapporto che avremo poi in sella. Non convincerlo invece vuol dire aprire la strada ad uno scontro o a molteplici rifiuti sul lavoro. Ogni nostro movimento, ogni atteggiamento ed ogni nostra posizione comunica qualcosa e nulla passa inosservato. Non pensiamo di poter ingannare il nostro cavallo, perché la comunicazione corporea non mente mai.
Qual è dunque il procedi-mento corretto? Innanzitutto ricordiamo che per i cavalli è estremamente importante capire chi sposta e chi viene spostato per cui iniziamo con il primo step del metodo ATH, il “controllo di base”. Se per convincere il nostro equide a girare, siamo costretti a muoverci e a cambiare di posizione, abbiamo già dato un segnale di debolezza e di dipendenza da lui. Questi sono particolari che al cavallo non sfuggono e dei quali farà tesoro, per metterci in difficoltà. Quindi controlliamo la nostra posizione e dimostriamogli di saper gestire la situazione. Quando siamo coscienti e consapevoli della nostra posizione, riusciremo a controllare al meglio i movimenti del cavallo. Cerchiamo di spingerlo nella direzione richiesta e non di tirarlo , così da ottenerne la collaborazione e non lo scontro. Nel mondo naturale del cavallo non esiste il concetto di “tirare”: i cavalli tra loro si spingono, non si tirano. Lavoriamo con pressioni crescenti (indichiamo con un braccio la direzione, diamo voce, roteiamo la lunghina e, come ultima risorsa, andiamo a colpire in direzione della groppa con intensità crescente, sempre avendo cura di avere il contatto con il naso per evitare una reazione di riflesso da parte del cavallo con un calcio in nostra direzione) e ricordiamoci di rilasciare la pressione non appena otteniamo anche un solo minimo risultato (foto3). Il cavallo impara dal rilascio di pressione, non dalla pressione stessa. La pressione sarà applicata sulla parte del cavallo che si dovrà muovere per prima: se il cavallo è di fronte, dovrò applicare pressione sulla spalla opposta alla direzione richiesta. Se invece il cavallo mi presenta il fianco, la pressione sarà verso il posteriore se è già nella mano corretta, oppure davanti al suo naso se è girato dalla parte opposta. Non permettiamogli di tirare sulla capezza, ma facciamo in modo che mantenga il circolo senza tentare di buttarsi all’interno o trascinarci all’esterno. Se dovesse tirare, applichiamo piccole pressioni ritmiche verso di noi, per rendere il contatto con la capezza fastidioso, fino a quando non smetterà spingere verso l’esterno (foto4). Nel tiro alla fune con un animale di 500 e più kg siamo destinati a perdere. Correggiamo il naso, in modo che rimanga verso il centro del cerchio, concentrato sul lavoro (foto5). Se invece si butta all’interno, avvicinandosi a noi, aumentiamo la pressione fino a quando non ritorna alla distanza adeguata. Spesso sono inconsapevoli passi indietro del cavaliere a portare il cavallo a chiudere il cerchio. In tal caso, il nostro corpo sta comunicando paura. Un atteggiamento che non sfuggirà all’animale e della quale ne trarrà vantaggio per prendere controllo dell’esercizio volgendolo a suo favore. All’inizio non pretendiamo di scegliere l’andatura, ma lasciamo che scelga la più adatta al suo stato d’animo. Con il tempo imparerà a risparmiare le energie e a non partire a tutta velocità. Ricordiamo che i cavalli sono animali schematici e se pretendiamo che ogni volta che vengono girati alla corda vadano al galoppo, questo schema verrà ripetuto, non permettendoci di interpretare le andature come uno stato d’animo.
I cambi di direzione sono spesso i momenti più critici di questo lavoro. Non fermiamo il cavallo prima di cambiar di mano, ma semplicemente ricreiamo lo schema comunicativo (braccio, voce, pressione) (foto6). Questo porterà il cavallo a mantenere la concentrazione su di noi durante tutto lo svolgimento dell’esercizio, in quanto di tanto in tanto e senza preavviso potremmo chiedere un cambio di direzione. Cerchiamo di mantenere pressione fino a raggiungimento dell’obiettivo. Probabilmente avremo bisogno di utilizzare una staccionata o una parete per convincerlo a cambiare o creando una situazione di fastidio con dei ripetuti colpetti sulla capezza (foto7). Sta alla nostra intelligenza creare una situazione tale per cui il cavallo si trovi a scegliere di voler cambiar direzione come da noi richiesto. Non arrendiamoci nella richiesta, altrimenti gli insegneremo che a lui basterà aspettare il nostro sconforto per liberarsi della pressione.
Visto che pretendiamo attenzione da parte del cavallo, anche la nostra attenzione su di lui dovrà essere alta e costante. Perciò non diamogli mai le spalle durante l’esercizio, ma seguiamolo mentre gira, dimostrandogli il nostro impegno nei suoi confronti. Anche per la nostra sicurezza, teniamo sempre gli occhi sul cavallo.
In caso di comportamenti scorretti, come calci verso il cavaliere o impennate, aumentiamo la pressione per incrementare l’intensità di lavoro. Facciamogli capire che un comportamento scorretto e irrispettoso non farà che rendere più difficile l’esercizio (foto8). Se una reazione negativa ci costringe ad indietreggiare per la nostra sicurezza ed incolumità, lo possiamo fare, ma poi dovremmo riprendere immediatamente controllo della direzione, applicando pressione. Se non lo facessimo, il cavallo ripeterà il comportamento negativo alla prossima occasione e stavolta in maniera più decisa.
Nel caso invece in cui il cavallo cercasse di trascinarci con lui, valutiamo se abbiamo esagerato con le pressioni (avendo ottenuto una fuga) o se dobbiamo seguirlo (a causa di un rifiuto), mantenendo la pressione fino a quando non prenderà la direzione richiesta (foto9). Se in-vece il cavallo inizia ad incassare le pressioni senza muoversi, aumentiamo gradatamente l’intensità fino ad ottenere anche un solo singolo passo, per poi ripartire dalle pressioni minime (braccio nella direzione e voce). Diversi cavalli prima di accettare di essere gestiti nelle direzioni presenteranno una gamma di difese e resistenze in base alla loro esperienza. Non dobbiamo far altro che dimostrargli l’inefficacia di ciascuno di questi blocchi. Solo ad esaurimento delle possibilità il cavallo accetterà di modificare il suo comportamento. Alcuni casi di conflitto in questo esercizio possono essere diventati ormai cronici ed in tal caso rivolgersi ad un professionista è la cosa migliore, prima di far sì che il problema si radicalizzi o prima che cavallo o cavaliere si facciano del male. Alcuni cavalli diventano così sicuri dei loro atteggiamenti contro il cavaliere da risultare estremamente pericolosi. Ricercano uno scontro fisico, terreno nel quale risulteremo sempre e comunque sconfitti. L’unico ambito nel quale possiamo vincere è nel piano dell’intelligenza ed è lì che cercheremo di portare il lavoro.
Per quanto tempo dobbiamo ripetere questo esercizio? La risposta è: dipende. Dobbiamo imparare a osservare il nostro cavallo e capire quando si sente rilassato, in attenzione e disponibile al lavoro. Gli atteggiamenti corporei ci comunicano queste informazioni: la posizione delle orecchie, l’incollatura, le contrazioni muscolari e le andature. Quando il cavallo è tranquillo, con incollatura abbassata, orecchio interno in attenzione, al passo o trotto rilassato e non cerca alcuno scontro, allora è il momento di concludere l’esercizio e passare ai successivi o salire in sella.
Per quanto riguarda l’attrezzatura da utilizzare, per un primo periodo consiglio di utilizzare una capezza d’addestramento in corda, come la capezza ATH, prima di tornare alla capezza classica. Sconsiglio le comuni longe piatte, scomode, poco efficaci e a mio avviso anche pericolose. Una lunghina d’addestramento, come la lunghina 4 mt ATH, è di maggiore efficacia e per-mette di aver e un maggior controllo del lavoro. La frusta o lo stick possono essere strumenti per aumentare i livelli di pressione, ma non bisogna abusarne. Non sono una scorciatoia per ottenere risultati in tempi più brevi. Vanno quindi utilizzati con cognizione e dosati quanto più possibile.
Chiedere ad un professionista aiutarci ad imparare o a migliorare il lavoro in corda ci permetterà di migliorare il rispetto del nostro cavallo, di averne più controllo e di migliorare il rapporto con lui. Semplicemente girandolo in corda.

 

LA FRUSTA
Nell’immaginario comune il lavoro in corda è associato all’uso della frusta o di uno stick. Per alcuni cavalli è diventato ormai uno strumento necessario, senza il quale non sono in grado di muovere un passo. Questo accade perché abbiamo portato il cavallo a intuire i nostri limiti senza questi strumenti oppure perchè nella comunicazione utilizzata non abbiamo saputo gestire i livelli di pressione. Se ci troviamo tuttavia nella situazione di dover usare una frusta o uno stick o strumenti simili, non dimentichiamo di agire sempre per livelli di pressione. Quindi la prima richiesta sarà sempre il braccio nella direzione, poi la voce, poi porteremo lo strumento dalla posizione neutrale dietro di noi al nostro fianco, lo alzeremo, colpiremo il terreno a circa 2 metri dietro il posteriore, poi a un metro, poi a mezzo metro e solo dopo queste minacce inizieremo a toccare il cavallo con pressione crescente, fino ad avere anche un solo minimo risultato. Appena ottenuto, ricominceremo dall’inizio. Solo in questo modo otterremo di non desensibilizzare il cavallo allo strumento.

 

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