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IL CAVALLO CHE MORDE

Il morso di un cavallo può essere molto doloroso per l’umano e la comprensione della causa di origine di questo comportamento è fondamentale per la sua risoluzione.

 

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cavallo che morde
Foto1 – Il morso rientra nella comunicazione equina, ma nel rapporto con l’essere umano questo atteggiamento può rivelarsi pericoloso.

Un cavallo può mordere per diversi motivi, ma in tutti i casi alla base di questo atteggiamento c’è una mancanza di educazione e di gestione dell’animale. Tutti gli equidi (cavalli, muli, asini) utilizzano il morso nella comunicazione. Questo gesto è un fondamento dei rapporti sociali, sia come comunicazione interattiva, come per esempio mordersi il collo o il garrese nel grooming, sia come comunicazione aggressiva, come durante uno scontro per la gerarchia (foto1). Gli stalloni utilizzano il morso molto più delle femmine, talvolta per conquistare una giumenta, ma più spesso negli scontri per la supremazia finalizzata alla riproduzione. La pelle dei cavalli è tuttavia molto più spessa e resistente della nostra, perciò raramente essi risultano fatali (foto2). Stessa cosa non si può dire quando questo atteggiamento si verifica verso l’essere umano, per il quale invece le conseguenze possono essere di gran lunga peggiori. Un morso può lacerare la pelle, staccare parti di muscoli o di carne dalle ossa e, in definitiva, essere estremamente pericoloso. Insegnare ad un cavallo che il morso, pur facendo parte della sua comunicazione, non deve essere utilizzato nei confronti del cavaliere, è fondamentale. Come tutto quello che concerne l’educazione, è più facile insegnarlo ai puledri, mentre risulta più complesso quando il cavallo è adulto e l’atteggiamento è radicato.

Grooming tra cavalli
Foto 2 – Raramente il morso tra i cavalli risulta essere pericoloso, grazie allo spessore e alla resistenza della loro pelle.

 

Per correggere il comportamento c’è la necessità innanzitutto di capire da dove esso ha origine. Ricordiamo che il morso è un movimento in avanti e porta con sé sempre un’idea di aggressione. Non è mai difensivo, come potrebbe essere invece un calcio. Questa differenza è fondamentale per capire come comportarci nella correzione, in quanto, come già spiegato in un precedente articolo sulle paure dei cavalli, quando questa preda si trova in una condizione senza via d’uscita, può scegliere di aggredire per potersi aprire una fuga. Perciò una delle prime cause del morso può essere originato proprio da una paura dalla quale il cavallo non può sottrarsi e alla quale si trova costretto a reagire con un’aggressione, con lo scopo di liberarsi una strada ed allontanarsi dalla situazione che lo spaventa (foto3). In questo caso la responsabilità di questa reazione aggressiva è tutta del cavaliere che non ha saputo leggere il contesto e ha portato il cavallo al limite di sopportazione della parte istintiva, fino a sfociare nel morso. La reiterazione di questo comportamento, se porta effettivamente il cavallo a liberarsi del problema, farà sì che l’animale aggredirà sempre più rapidamente, sapendo che quella reazione lo libererà dalla situazione scomoda, eliminando perciò progressivamente la fase di fuga. Il cavallo potrebbe arrivare a reagire aggressivamente ad ogni evento a lui non consono, rendendolo pericoloso.

cavallo che morde per paura
Foto3 – La paura può portare un cavallo ad aggredire per difendersi. È molto importante saper leggere i segnali che ci invia per evitare situazioni spiacevoli e pericolose.

 

Un’altra situazione molto comune è il cavallo che morde per maleducazione. I puledri in particolare, esaminano e mordicchiano tutto: è il loro modo di conoscere il mondo (foto4). Per i cavalieri inesperti questo atteggiamento è buffo e carino. Quando il puledro tocca con le labbra la nostra pelle, sembra cercare affetto e contatto. In realtà non è così. Dalle labbra in poco tempo si passa ai morsetti e dai morsetti ai morsi veri e propri. Anche in questo caso la responsabilità è del cavaliere che ha in dovere l’educazione del puledro. Finchè sono giovani è abbastanza semplice far capire loro quali sono le regole di convivenza con l’umano. Quando poi sono adulti, è tutta un’altra cosa ed un comportamento radicato risulta complesso da rimuovere.

puledro che morde oggetti
Foto 4 – Ai puledri piace scoprire il mondo “assaggiandolo”, quindi mordicchiano tutto quello che arriva loro a portata di bocca.

 

 

dare cibo con le mani ai cavalli
Foto 5 – Portare il cibo direttamente alla bocca del cavallo è un ottimo sistema per insegnare loro a mordere le mani del cavaliere.

Altra origine diffusa del morso è l’abitudine di portare del cibo direttamente alla bocca del cavallo con le mani (foto5). Questo atteggiamento è sconosciuto in natura, in quanto nessun simile gli porterà mai del cibo e glielo consegnerà direttamente alla bocca. È un comportamento invece tipico dei predatori. La ripetizione di questa cattiva abitudine porterà l’animale a cercare sempre più insistentemente la mano alla ricerca di delizie, arrivando a morderla per vedere se c’è del cibo su di essa. Anche in questo caso la colpa risiede nella gestione quotidiana del cavallo.

Più complessa è la situazione degli stalloni, per i quali mordere è parte istintiva del loro comportamento. Se per femmine e castroni è radicato l’istinto di fuga, mentre l’aggressione avviene solo in caso di sensazione di trappola, per lo stallone non è raro che il suo istinto gli dica di fare l’esatto contrario: aggredire prima e fuggire poi. Per questo l’addestramento e la gestione degli stalloni richiede esperienza da parte del cavaliere e anche un comportamento deciso e risoluto (foto6).

 

Stallone che aggredisce cavallo
Foto 6 – Il ruolo in natura dello stallone lo porta alla difesa del branco, quindi la sua prima reazione istintiva ad una pressione è  l’aggressione, che non di rado avviene attraverso il morso.

Più raramente il cavallo morde per sfuggire al dolore, ma può succedere anche questa situazione. Nel caso in cui il cavaliere non fosse in grado di leggere i segnali di malessere del proprio animale, questo potrebbe decidere di farglielo capire anche tramite l’aggressione, cercando di comunicargli che ha del dolore e che quell’azione gli provoca sofferenza. Un esempio si può avere quando la sella è inadatta per la schiena del cavallo e ha provocato dei dolori. Nel momento in cui andiamo a metterla o a stringerla, lui si potrebbe girare per mordere, segnalandoci che il fatto di mettergliela provoca del dolore. Attenzione però a non scambiare questo morso per una mancanza di voglia di essere montato, situazione invece generata dalla assenza di rispetto (foto7).

 

cavallo che morde cavaliere
Foto 7 – Alcuni cavalli mordono i piedi o le gambe del cavaliere che li monta. L’origine del comportamento può essere ricercato in un dolore o in una mancanza di rispetto.

Le casistiche sono quindi davvero molte e comprendere l’origine del comportamento scorretto è fondamentale. In diversi casi un cambio nella gestione quotidiana del cavallo può risolvere il problema in poco tempo, come nel caso in cui si porta il cibo con le mani alla bocca del cavallo. In altri casi la comprensione dei malesseri o dei dolori del cavallo e quindi una conseguente visita veterinaria può estinguere l’atteggiamento aggressivo. Negli altri casi c’è la necessità di una rieducazione o riaddestramento del cavallo. Se il comportamento è agli inizi, poche decise correzioni possono limitare lo sviluppo del morso, estinguendolo sul nascere. In tal caso ricordiamo che essendo il morso una reazione aggressiva, è quindi un movimento in avanti, e va corretto richiedendo un movimento indietro. Perciò ad ogni tentativo da parte del cavallo, lo correggeremo mandandolo indietro energicamente, usando la capezza o lo spazio personale (foto8). Non dobbiamo cercare lo scontro fisico, che ci porterebbe ad un’inevitabile sconfitta, per inferiorità di forze e di massa. Un errore diffuso è quello di cercare di colpire il cavallo mordace sul naso o sulla faccia. Si innesca così una sfida con lui, dove si cerca di vedere se sarà più veloce lui a mordere o noi a colpirlo. L’azione correttiva deve essere sempre in una zona diversa dalla faccia del cavallo. Effettuata quindi l’esatta correzione, mettiamo subito in lavoro il cavallo, associando anche la fatica al suo comportamento scorretto. Con questi accorgimenti potremo limitare e, successivamente, eliminare il morso dalla gamma di possibili reazioni del cavallo, ma solo quando esso è alle origini. Se il comportamento è radicato, serve l’aiuto di un professionista che studi e comprenda gli atteggiamenti del cavallo e imposti un lavoro risolutivo, che, con tutta probabilità, richiederà non poco tempo.

 

correzione cavallo che morde
Foto 8 – Il morso è una reazione in avanti, tesa ad aggredire la pressione. SI corregge contrapponendo una richiesta di movimento energico indietro.

Concludiamo ricordando che il miglior modo per evitare comportamenti scorretti da parte del nostro cavallo è prevenirli prima che essi diventino parte integrante della sua comunicazione. Ora che abbiamo chiaro quali sono le situazioni che possono originare il vizio del mordere, cerchiamo di comportarci di conseguenza, anticipando l’insorgere di questo spiacevole comportamento.

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29 NOVEMBRE 2020 – IL SOGNO – MARENO DI PIAVE (TV)

 

Una giornata per iniziare a conoscere il metodo ATH presso Il Sogno a Mareno di Piave (TV).

Il corso si svolgerà in 3 gruppi di mezza giornata a partire da sabato pomeriggio fino a domenica sera.

Il costo a partecipante è di € 35,00.

Il corso si terrà anche in caso di maltempo.

E’ gradita una conferma di partecipazione.

Si consiglia ai cavalieri di portare con sè una capezza e una lunghina d’addestramento.

Saranno disponibili capezze e lunghine ATH da affittare a € 5,00 per la giornata.

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15 NOVEMBRE 2020 – LO STRETCHING DEL CAVALLO – OSCO (SVIZZERA)

Una giornata con due professionisti del settore per imparare a comprendere la complessa struttura del cavallo, come si muove, quali sono le aree più sollecitate e a rischio, indipendentemente dalla sua finalità. Verranno mostrati alcuni esercizi per rilassare la muscolatura e per migliorare la salute del vostro cavallo.
Posti limitati a 15 partecipanti. E’ gradita una conferma di partecipazione.

 

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LO SPOSTAMENTO DEI POSTERIORI

Gli esercizi di controllo del cavallo partono dallo spostamento dei posteriori. Vediamo perché.

 

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Foto 1 – I vantaggi derivanti dall’insegnamento dello spostamento del posteriore sono molteplici, dal mero controllo, alla coordinazione, al rispetto, fino alla gestione della comunicazione.

La richiesta di spostamento dei posteriori nel lavoro da terra permette di prendere controllo del movimento del treno posteriore del cavallo e quindi di poterlo spostare a richiesta. Questo esercizio, inoltre, gli insegna a coordinare il movimento delle gambe per le future richieste da sella, infatti da terra potremo vedere e correggere errori di postura o di posizionamento che da sella ci potrebbero sfuggire. Non solo: con lo spostamento del posteriore rinforziamo il concetto di rispetto, chiedendo al nostro amico a quattro gambe di non chiudere la comunicazione con noi volgendoci il posteriore, come forma blocco e di difesa. Infine, tramite questo esercizio, cominceremo ad insegnare al cavallo il concetto di impulso, ovvero la volontà di avanzare, che dovrebbe avere in ogni movimento che egli compie su nostra richiesta. L’esercizio, effettuato come proposto dal metodo ATH, permette di poter agire su questa sua parte del corpo senza dover necessariamente tirare la lunghina.

Come otteniamo tutto questo? Durante lo spostamento del posteriore il cavallo dovrebbe fare perno sull’anteriore opposto alla direzione verso cui il treno posteriore si sta muovendo (se sposta verso destra, il perno sarà sull’anteriore sinistro e viceversa), mentre il posteriore sullo stesso bipede laterale crea la spinta per scavalcare frontalmente l’altro posteriore (nell’esempio di prima, il posteriore sinistro spinge e scavalca il posteriore destro), che bilancerà il peso dell’animale in movimento. L’altro anteriore si muoverà per adattarsi alla nuova situazione ed il posteriore che prima aveva fatto da bilanciere ora andrà a riposizionarsi per far tornare le quattro gambe sugli appiombi. Questo è il movimento corretto che andremo a ricercare nell’esercizio.

Foto 2 – Nella corretta esecuzione di uno spostamento di posteriore, l’anteriore verso di noi effettua da perno, il posteriore nello stesso lato scavalca la gamba opposta. Il bipede laterale opposto bilancia tutto il movimento.

Ma vediamo come procedere nella richiesta. Innanzitutto ci poniamo a circa 45 gradi sulla spalla del cavallo nel lato opposto a dove vorremo che il posteriore si muova (sulla spalla sinistra se la mia intenzione è spingere il posteriore verso destra). La lunghina nella nostra mano verso il cavallo sarà corta, pronta a correggere eventuali movimenti della parte anteriore. Il mio consiglio è anche di alzare il gomito dello stesso braccio verso la mandibola del cavallo, per proteggersi da eventuali testate, volontarie o meno. Se il cavallo dovesse continuare a muoversi mentre ci posizioniamo, attendiamo con calma, cercando di guadagnare la posizione di partenza e facendogli capire che non desisteremo dal nostro intento. Inizieremo l’esercizio solo a cavallo fermo e tranquillo. Il nostro primo livello di pressione sarà lo sguardo verso il lato della groppa del cavallo a noi più vicino.

Foto 3 – La posizione del cavaliere è a 45° sulla spalla del cavallo, lo sguardo sulla groppa, dove andrà ad applicare poi la pressione data dalla richiesta.

Seguirà la voce e, in assenza di risposta da parte del cavallo, la minaccia sarà data dalla lunghina che inizierà a ruotare in direzione del punto da noi osservato. Come in tutte le pressioni, sceglieremo quante minacce proporre al cavallo, in base alla sua esperienza, alla sua sensibilità, alla sua età. Esaurite le minacce, andremo in azione, colpendo con la lunghina e con intensità crescente il posteriore.

Foto 4 – Tenere il gomito alto durante l’esecuzione dell’esercizio ci permette di evitare testate involontarie o meno da parte del cavallo.

I livelli di pressione, come sempre, termineranno non appena il cavallo farà un movimento verso la parte richiesta. Se siamo agli inizi di questo lavoro, ci accontenteremo di uno spostamento che si allontani dalla pressione. Successivamente cominceremo ad attendere che il posteriore dal nostro lato incroci sopra l’altro posteriore, facendoci capire che il cavallo sta scegliendo un movimento con impulso in avanti. In questa fase il treno anteriore sarà probabilmente instabile e poco fermo. Lo correggeremo man mano che la manovra migliorerà, utilizzando i controlli di rispetto della capezza. Il piego della testa verso la spalla nella nostra direzione aiuterà il cavallo a pernare sullo stesso anteriore. Come in tutti gli esercizi, ricercheremo prima un solo buon passo ben fatto. Potremo richiedere il secondo solo quando il primo riuscirà alla perfezione alla prima richiesta. Non acceleriamo i tempi, altrimenti correremo il rischio di rovinare tutto e di dover ricominciare da capo, magari con nuove difese o resistenze. Con alcuni cavalli avremo la necessità di dover ripassare lo spazio personale, in quanto durante lo svolgimento dell’esercizio potrebbero essere tentati di venirci addosso. Ricordiamoci che l’ordine di richiesta è il seguente: noi chiediamo, il cavallo si muove, noi ci adeguiamo. Non iniziamo a camminare verso il posteriore prima che il cavallo si sia mosso, altrimenti si creerà una situazione nella quale ci troveremo a camminare in maniera speculare rispetto al cavallo, dove entrambi ci muoveremo in tondo senza ottenere un concreto spostamento di posteriore. Il cavaliere deve fare da figura di riferimento e da perno dell’esercizio.

Foto5 – Alcuni cavalli potrebbero reagire alla richiesta calciando. In tal caso non dovremo desistere, ma continuare nella richiesta, avendo bene il controllo della testa tramite la capezza.

 

Non sarà raro trovare cavalli che calcino alla richiesta, come rifiuto alla pressione. In tal caso teniamo bene la testa piegata verso la spalla interna con la capezza e insistiamo con la richiesta fino a quando il cavallo non impara a cedere alla pressione, invece che a opporsi alla stessa. Nel caso invece di cavalli inamovibili o poco sensibili, si può pensare di utilizzare uno stick o una frusta, grazie alla quale i livelli di pressione saranno: lo sguardo, la voce, si alza lo stick, si mima il movimento di colpire come minaccia, si colpisce sul lato della groppa con intensità crescente.

Foto 6 – Per altri cavalli si rende invece necessario l’uso di uno stick o di un frustino per ottenere delle pressioni sufficienti a raggiungere una risposta.

Una volta che riusciremo ad avere diversi passi di spostamento di posteriore, con un buon perno anteriore, possiamo cominciare a vedere a quale distanza dal cavallo la nostra richiesta può ancora essere efficace, allontanandoci progressivamente dalla sua spalla e, logicamente, riducendo le pressioni, fino ad utilizzare il solo sguardo e la voce.

L’utilità di questo esercizio la apprezzeremo anche quando necessiteremo di spostare il cavallo durante la pulizia ed il sellaggio o durante i passaggi a piedi in aree strette, dove il controllo delle varie parti del cavallo risulta fondamentale.

 

LO SPAZIO PERSONALE PER LO SPOSTAMENTO DEL POSTERIORE

 

Con i cavalli che utilizzano il calcio come difesa, non di rado unisco l’esercizio dello spazio personale con la richiesta di spostamento di posteriore. Il mix delle richieste rinforza il messaggio ed insegna al cavallo a non portarsi in difesa se il cavaliere si avvicina alla sua zona posteriore. In questo caso mi muovo diretto verso il posteriore del cavallo, come nella terza fase dell’esercizio dello spazio personale (vedi articolo di riferimento sul sito), tenendo pronta la lunghina ad agire per il controllo della testa. Qualora dovessi notare della rigidità o l’intenzione di non muoversi, inizio ad applicare pressioni come nella richiesta di spostamento di posteriore, continuando a muovermi diretto verso di esso. È un esercizio che richiede esperienza e lettura dei segnali del cavallo, perché un errore potrebbe essere fatale.

 

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31 OTTOBRE > 14 NOVEMBRE 2020 – ATH IN SVIZZERA

Dal 31 ottobre al 14 novembre ATH sarà nel canton Ticino per offrire i propri servizi, con sede a Osco.

I cavalieri possono possono chiedere i servizi ATH a domicilio o possono venire presso Osco.

Si possono richiedere lezioni, consulenze, addestramenti, certificazioni e acquistare prodotti ATH.

I prezzi applicati saranno quelli previsti dal listino ATH, considerando come sede Osco.

Per ulteriori dettagli o informazioni o per richiedere un servizio, contattate la nostra referente Svizzera Giuliana Cassani .

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16 > 22 NOVEMBRE 2020 – ATH ALL’ISOLA D’ELBA

Per una settimana ATH sarà nell’isola toscana per offrire i propri servizi, presso Capoliveri.

I cavalieri possono giungere sul luogo, essendoci un campo da lavoro, oppure possono richiedere dei servizi a domicilio. L’invito è esteso anche ai cavalieri toscani della penisola.

Si possono richiedere lezioni, consulenze, addestramenti, certificazioni e acquistare prodotti ATH.

I prezzi applicati sull’isola saranno quelli previsti dal listino ATH con sede a Capoliveri. Per i cavalieri su terraferma verranno calcolati dei preventivi in base alla distanza.

 
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LA GESTIONE DELLE PRESSIONI

Ci sono moltissime scuole di pensiero su come applicare le pressioni ai cavalli. Cerchiamo di fare il punto della situazione.

 

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Ogni volta che si richiede qualcosa ad un cavallo, ogni volta che gli si vuole insegnare un esercizio, ma anche solo quando lo osserviamo, gli si applica una pressione. Tramite le pressioni abbiamo imparato a comunicare con loro, ma non sempre sappiamo quanta pressione mettere e come metterla. Specialmente per chi non ha la possibilità di aver a che fare con cavalli diversi, l’argomento suscita più dubbi che certezze. È meglio applicare un’unica pressione? O molte piccole pressioni? O pressioni crescenti? O magari costanti? Le domande che possono sorgere sono molte, perciò vediamo di fare luce sulla questione.

Foto 1 – Ogni volta che vogliamo comunicare con i nostri cavalli, applichiamo una pressione, volontariamente o involontariamente. Ma come dovremmo comportarci con queste pressioni?

Si parte dal presupposto che non esiste un’unica Verità nell’equitazione e spesso è l’esperienza a dirci qual è la via migliore per raggiungere i nostri obiettivi. Premesso questo, tuttavia si possono fare dei distinguo nell’uso delle pressioni. Innanzitutto cerchiamo di capire cos’è una pressione: ogni qualvolta che si crea una situazione alla quale il cavallo risponde o reagisce, a seconda che segua il lato razionale o istintivo del suo cervello, significa che egli sta rispondendo o reagendo ad una pressione. Essa può essere generata dal cavaliere in maniera volontaria, come per esempio tramite una richiesta, o involontaria. Ma può anche essere generata da altri animali o da situazioni ambientali, come per ipotesi il vento che muove un telo. Perciò il mondo equino è pieno di pressioni e l’incapacità di gestione delle stesse può portare il cavallo ad essere stressato, pauroso o in costante tensione, fino, in alcuni casi, a sfociare in vizi comportamentali. La gestione delle pressioni non causate volontariamente dal cavaliere viene insegnata al cavallo tramite i lavori di desensibilizzazione, abituazione o razionalizzazione, in base ai nostri obiettivi.

Foto 2 – Un cavallo incapace di gestire le pressioni è in costante tensione e può reagire in maniera inaspettata ad una richiesta.

Quello che ci interessa in questa sede è invece la gestione delle pressioni create dal cavaliere al fine di ottenere una risposta da parte del cavallo.
Come detto poc’anzi, vi sono diverse scuole di pensiero in merito all’argomento. Secondo il metodo ATH ci si basa molto più sulla praticità che sulla teoria, per cui le pressioni vengono applicate in base alle esigenze dettate dal momento. Nel metodo si parla spesso di livelli di pressione, partendo perciò dal presupposto che le pressioni debbano crescere come se fossero una scala, fino all’ottenimento del risultato, portando di conseguenza il cavallo all’apprendimento tramite il rilascio di pressione, ovvero alla rimozione della pressione come premio per aver trovato la giusta risposta. Il cavallo si trova perciò a dover ricercare una soluzione per liberarsi da una pressione creata ad hoc dal cavaliere, la quale resterà costante se le risposte date sono errate o incomplete, oppure crescerà nel caso in cui l’animale non cercasse in alcuna maniera di trovare un qualsiasi soluzione (Foto 3). Cesserà infine alla scoperta della risposta esatta. Questo processo porta l’equide a seguire richieste sempre più leggere e a scegliere di sua iniziativa il livello di pressioni a lui più consono, adattando il lavoro del cavaliere alla sensibilità soggettiva del cavallo.

Foto 3 – Tramite il metodo ATH si applicano livelli crescenti di pressione per stimolare il cavallo a trovare delle risposte alle nostre richieste.

Tali pressioni non saranno però sempre e solo crescenti. In tutti quei i casi in cui il cavallo dovesse ricercare uno scontro in opposizione alla pressione, non si dovrà lavorare per livelli crescenti, ma per pressioni costanti. Un esempio è il lavoro di rispetto della capezza: se lavorassimo per livelli di pressioni crescenti, non faremo che creare un “tiro alla fune” con il cavallo, nel quale scontro non può che vincere l’animale. In questo caso si deve invece lavorare per pressioni leggere e costanti, senza cedere allo scontro con l’equide, ma facendogli capire che alla cessione verso la richiesta, essa si fermerà, con conseguente rilascio. Spesso gli strumenti, come la capezza d’addestramento, aiutano ad ottenere con questa modalità il risultato in tempi più brevi, creando un contesto di scomodità, senza quindi dover lavorare sul piano della forza. Se tuttavia il cavallo rifiutasse di cedere alla pressione, non ricercando però al contempo lo scontro, lo si richiamerà all’impegno con uno strattone improvviso, per poi tornare immediatamente ad una pressione leggera e costante. Non si arriverà così al confronto fisico, ma gli si proporranno due diverse dinamiche di pressione: una leggera ed una a richiamo. Con l’imboccatura il concetto è il medesimo: fino a quando il cavaliere ottiene la cessione alla pressione, essa rimarrà leggera e costante, in modo da poter accompagnare il cavallo verso la direzione richiesta. In caso di rifiuto, non si ricercherà lo scontro fisico, cercando di tirare più forte del cavallo, ma si effettuerà un richiamo, con un picco improvviso di pressione, per poi tornare ad una leggera e costante pressione.

Foto 4 – La pressione costante può insegnare al cavallo a seguire una determinata pressione.

 

L’utilizzo della pressione costante negli altri casi, invece, provoca opposizione da parte del cavallo. Basta un minimo di osservazione del comportamento dell’animale per comprenderlo e, a lungo andare, questa tecnica porterà alla desensibilizzazione alla richiesta. La pressione costante, come spiegato, può essere utile solo nel momento in cui il cavallo ha imparato a allontanarsi da essa e viene quindi utilizzata dal cavaliere per ottenere un movimento continuo, per esempio in un lavoro su due piste da sella, per controllare il posteriore. Bisogna tuttavia fare attenzione a quando il cavallo inizia a premere contro questa pressione, tornando a ripetergli nuovamente di allontanarsi dalla stessa. Se invece il nostro obiettivo è proprio quello di desensibilizzare il cavallo ad una certa pressione, la modalità costante può venirci in aiuto. Un esempio può essere il cavallo che accelera l’andatura ogni volta che viene toccato sui fianchi. In tal caso un primo step consiste nel desensibilizzare parzialmente i suoi fianchi con una pressione costante, per poi reinsegnargli a gestire la richiesta.

Foto 5 – La pressione costante può essere utilizzata per desensibilizzare i fianchi di un cavallo ipersensibile, per poi reinsegnargli a gestire le richieste delle gambe.

Un altro modo di applicare la pressione è l’applicazione ritmica, con piccoli e ripetuti colpi, siano essi dati dalla lunghina, da una frusta, dalle gambe o da uno sperone. La pressione ritmica è usata poco nel metodo ATH, se non per creare una situazione di scomodità in alcuni particolari momenti. È evidente che la ripetizione di una pressione senza soluzione di continuità non può che portare a lungo andare ad una desensibilizzazione dell’area in cui tale pressione viene esercitata. In tal caso il livello di pressione spesso non è tale da spingere il cavallo a trovare una soluzione per cambiare la situazione, portandolo a lungo andare ad ignorare la richiesta. Molti cavalieri applicano anche in maniera involontaria questa metodologia, rendendo sordi i cavalli alle loro richieste. Pensiamo per esempio allo sbattere involontario delle gambe di un cavaliere privo di sufficiente esperienza sui fianchi del cavallo o al movimento incontrollato delle redini. Infine, il limite di questa tecnica consiste nel diventare inutile nel momento in cui il cavallo dovesse decidere di ignorare quel preciso livello di pressione ripetuto.
Chi comincia invece usando delle pressioni immediatamente alte nella comunicazione con il cavallo, non fa che posizionare l’asticella di inizio della comunicazione già in alto e da lì non può che crescere, rendendo il processo comunicativo uno scontro costante con progressiva sordità o timore alle richieste da parte del cavallo. Nel caso opposto, viceversa, le pressioni tenute volontariamente sempre troppo basse, portano l’animale ad ignorarle. Questo accade perché una pressione bassa può non motivare il cavallo ad effettuare un cambiamento nel suo comportamento o atteggiamento, visto che la scomodità creata può essere liberamente trascurata.

Foto 6 – Anche da sella tramite la pressione costante si richiede al cavallo di seguire la mano del cavaliere, altrimenti lo si richiama con un improvviso picco di pressione.

Quindi, in conclusione, i diversi modi di applicazione delle pressioni ci possono portare a diversi risultati. Una determinata metodologia può risultarci inutile per un obiettivo, ma efficace invece su un diverso esercizio. L’esperienza, la nostra capacità di regolare le pressioni, la capacità del cavallo di gestirle, la situazione in cui ci troviamo sono tutte caratteristiche da valutare nella scelta della pressione da applicare. Non c’è, come spesso accade nel mondo equestre, un’unica ed univoca strada, ma è il cavaliere a far la differenza. È inutile dire che se le pressioni sono incostanti e incoerenti, qualunque sia la metodologia applicata, porteranno a risultati altrettanto incostanti ed incoerenti, con conseguente confusione mentale da parte del povero cavallo, che non riuscendo a comprenderci, chiuderà la comunicazione verso di noi.

 

 

 

L’USO DEGLI STRUMENTI
Gli strumenti servono per rinforzare ed aumentare le pressioni che applichiamo, siano essi capezze d’addestramento, fruste, stick, speroni e via dicendo. È normale durante un lavoro di lungo periodo con i cavalli che si perda parte della sensibilità nella comunicazione, così come accade per l’essere umano che si adagia su lavori già conosciuti. Quindi può esser necessario ad un certo punto dover alzare le pressioni applicate e gli aiuti naturali potrebbero non riuscire a superare la soglia richiesta. Perciò subentrano gli strumenti. Essi non sono tuttavia una soluzione rapida ad un problema. Potrebbe sembrare in un primo momento che sia così, ma non a lungo andare, creando, anzi, diverse problematiche. Devono essere utilizzati rispettando la metodologia di applicazione delle pressioni che abbiamo scelto ed una volta ottenuto il risultato si deve costantemente tendere poi a ritornare al lavoro senza lo strumento. Non sempre questo sarà possibile, ma l’obiettivo del buon cavaliere è ottenere la comunicazione con la minima pressione possibile, cercando di rendere il passaggio di informazioni con il suo cavallo sempre più immediato e leggero. Talvolta la sola presenza dello strumento può far intuire al nostro compagno a quattro gambe che siamo pronti ad aumentare le pressioni e questo può essere sufficiente a creare la giusta motivazione per impegnarsi sul lavoro, senza al fine nemmeno utilizzarlo. Logicamente deve esserci coscienza nell’uso di uno strumento e conoscenza di quali pressioni esso va ad applicare sul cavallo.

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CORREGGERE UN CAVALLO CHE CALCIA

I cavalli che calciano sono un pericolo per chiunque sia nelle vicinanze. Vediamo di approfondire l’argomento, cercando di capire le motivazioni e le possibili soluzioni.

 

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Foto 1 – Il calcio fa parte della comunicazione equina, ma quando viene dato in direzione del cavaliere, si rende necessario fare dei lavori di correzione del comportamento.

 

 

I cavalli che calciano sono piuttosto diffusi ed il problema non è per nulla trascurabile. La forza che essi mettono in questa reazione può essere amplificata dalla presenza dei ferri e quando questi calci arrivano a segno, possono essere devastanti. Non sono rare le notizie di cavalieri gravemente feriti o che perdono anche la vita a causa di un calcio.
Dobbiamo partire dal presupposto che calciare fa parte della comunicazione equina, quindi per un cavallo è un atto del tutto naturale e plausibile. Tuttavia noi non siamo animali con la medesima stazza e resistenza, perciò se un calcio da cavallo a cavallo può avere lievi conseguenze, un calcio da cavallo ad essere umano è un discorso completamente diverso.
I rischi di un equide con questo comportamento scorretto sono numerosi, ad iniziare dalle conseguenze per lo stesso cavaliere che lo accudisce, il quale rischia costantemente di farsi del male. La reazione può ferire anche altri cavalli vicini o compagni di pascolo, o ancora altri cavalieri ignari del problema e che si sono avvicinati. Lo stesso cavallo si potrebbe ferire nell’intento di calciare, colpendo la palizzata del paddock, o incastrandosi con la gamba nella recinzione e via dicendo. È evidente quindi che l’argomento dev’essere affrontato quanto prima, per evitare spiacevoli conseguenze.

Foto 2 – Il più delle volte il calcio di un cavallo è una reazione istintiva per liberarsi di una pressione, di un oggetto o di un fastidio.

 

Il primo passo per la risoluzione del problema è, come sempre in presenza di un comportamento da correggere, capire la motivazione di questo atteggiamento. Principalmente il cavallo calcia per difendersi da qualcosa o per togliersi di dosso una pressione per lui fastidiosa. Altri cavalli calciano per vizio, avendo scoperto che questo loro comportamento li aiuta ad ottenere dei rilasci di pressioni o dei vantaggi. Infine alcune femmine, specialmente nel periodo dell’estro, sono particolarmente suscettibili e hanno il calcio molto facile. In tutte le situazioni, il calcio è una reazione istintiva contro una pressione, volontaria o meno, contro una situazione, contro una presenza. Per cui è una conseguenza e sarà nostro compito comprendere la causa scatenante, prima di iniziare ad impostare un lavoro risolutivo. Cercare di risolvere un problema senza saperne l’origine non porterà mai ad una conclusione definitiva.
Individuata la causa, dovremmo agire come per gli esercizi di desensibilizzazione (step 4 del metodo ATH), in quanto il calcio è una reazione dettata dalla parte istintiva del cervello, facendo tuttavia attenzione a non essere colpiti o che il cavallo non colpisca qualche oggetto e si faccia del male. Ricordiamo che la velocità di una reazione nei cavalli è ingestibile per l’es-sere umano, perciò dovremo agire sempre di anticipo. I calci dei cavalli o si vedono o si sentono: se lo vediamo significa che lo abbiamo già schivato.
Avremo avuto cura, prima di iniziare il lavoro, di potenziare tutti gli esercizi di controllo, come il rispetto della capezza, dello spazio personale, il controllo di direzione, il controllo e rispetto dell’imboccatura, il controllo e rispetto delle gambe e rinforzato la parte razionale del cervello del cavallo. Dopo di che creeremo, in maniera controllata, la situazione che stimola il cavallo a calciare e faremo in modo che questa situazione non cessi a seguito del calcio, ma continui a ripetersi.
Nel lavoro da terra sarà fondamentale tenere la testa del cavallo ben piegata verso di noi, per evitare di essere colpiti. Sarà inoltre nostro compito leggere attentamente i segnali inviati dal nostro cavallo. Quasi sempre, prima di calciare e nel rispetto della comunicazione equina, i cavalli avvertono delle loro intenzioni e minacciano prima di passare all’azione. Solo nei soggetti il cui comportamento è ormai radicato negli anni, può mancare la minaccia prima dell’azione.

 

REAZIONE O EUFORIA?

Foto 3 – Il cavallo può anche calciare per euforia e contentezza. Non va punito per questo, a meno che il comportamento non metta in pericolo il cavaliere.

Spesso i cavalieri inesperti confondono gli atteggiamenti di euforia con le reazioni. I cavalli felici possono esprimere la loro contentezza calciando verso l’aria, come può succedere per esempio quando li liberiamo in paddock dopo un periodo di fermo in box. Questi atteggiamenti non vanno vietati o puniti, fintanto che non diventino pericolosi per il cavaliere, in quanto sono espressione di sentimenti positivi del cavallo. Tuttavia a volte possono trasformarsi in comportamenti eccessivamente confidenziali ed il cavallo tende a farli ad una di-stanza dal cavaliere non di sicurezza. Sta a noi ricordargli il rispetto delle regole nella sicurezza di entrambi.

 

Foto 4 – Si deve convincere il cavallo dell’inutilità della sua reazione. Per farlo, dovremo stimolare il calcio in maniera controllata.

Si può stimolare il cavallo a calciare toccandolo con lo stick o con la frusta sul posteriore, o con una corda in grassella o sul pastorale della gamba posteriore. Dobbiamo cercare di capire quale nostra azione può stimolare il cavallo a calciare e lo faremo continuare fino a quando non capirà che questa sua reazione non lo può portare ad alcuna soluzione. Sarà quando realizzerà l’inutilità del suo gesto che sceglierà di rinunciare alla reazione e con tutta probabilità vedremo i segnali di relax, già citati nell’articolo riferito alle paure. Quando il calcio si presenta da sella, a causa della pressione della gamba per esempio, terremo la testa ben piegata verso il nostro ginocchio opposto alla gamba che preme, in modo da mantenere il controllo del movimento, e continueremo a ricreare la situazione di pressione.

Foto 5 – Una volta compreso che calciare non serve a nulla, il cavallo si rilasserà e ci mostrerà i consueti segnali di relax.

Il cavallo, come visto da terra, calcerà e calcerà, fino a rendersi conto dell’inutilità del suo gesto.
Logicamente una mancanza di controllo sul cavallo tramite i nostri strumenti renderà molto complessa e pericolosa la risoluzione. In alcuni casi i cavalli imparano a liberarsi dei nostri sistemi di controllo, per poter riuscire nel loro intento. In casi estremi solo un professionista sarà in grado di gestire queste situazioni ed il lavoro che andrà ad applicare verrà ripetuto per mesi, prima di diventare definitivo.
Alcuni lavori, più complessi, prevedono anche di bloccare una gamba del cavallo tramite le balze, in modo che così legato sia impossibilitato a calciare, vanificando di conseguenza la reazione e facendogli invece accettare la situazione da noi proposta. A questi livelli, tuttavia, dovremo avere molta esperienza per poter attuare un esercizio di questo genere, evitando che il cavallo si faccia male e ci faccia del male.

Foto 6 – Il calcio può presentarsi anche da sella, come reazione al fastidio delle richieste provenienti dalle gambe o con l’intento di scoraggiare il cavaliere.

Un errore comune che si fa quando si ha un cavallo che calcia contro altri cavalli o altri oggetti, è quello di allontanarlo dal suo obiettivo piegandone la testa. In questa maniera non faremo che facilitarlo a mettersi in posizione per reagire. Quello che il cavaliere deve invece fare è girare la testa verso l’animale o la cosa che il cavallo vuole calciare, così da dirigere le gambe posteriori altrove.
Un dettaglio che noterete di un cavallo che ama calciare, sarà la sua reticenza a dare le gambe posteriori per la pulizia degli zoccoli. È logico che, essendo quella la sua arma di difesa, difficilmente ci darà la possibilità di renderle inutilizzabile.
In conclusione, un cavallo con l’abitudine di calciare è pericoloso per sé stesso e per gli altri. È nostro compito insegnargli a correggere questo comportamento, comprendendone innanzitutto le cause ed agendo di conseguenza.

 

 

 

 

 

 

Foto 7 – Uno dei lavori per convincere il cavallo a non calciare è tramite l’uso delle balze. Tuttavia questo sistema richiede esperienza o la presenza di un professionista.

CALCIO, RAMPATA, SGROPPATA O SMONTONATA

Il calcio si ha quando il cavallo alza una o entrambe le gambe posteriori in direzione di qualcosa o qualcuno, con l’intento di colpirlo. Non va confuso con la rampata, che invece viene effettuata con le gambe anteriori, sebbene allo stesso scopo. Da sella di solito i cavalieri più inesperti non percepiscono la differenza tra il calcio, la sgroppata e la smontonata. La sgroppata si ha quando il cavallo alza una o entrambe le gambe posteriori, ma senza l’intento di colpire qualcosa. La smontonata invece è il sollevamento contemporaneo di tutti e quattro gli arti con inarcamento della schiena, facendo assumere al cavallo una forma ad arco. Ognuno di questi comportamenti va corretto in maniera diversa, quindi è fondamentale imparare a riconoscerli.

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LO SPAZIO PERSONALE

Ci sono tre buoni motivi per lavorare sullo spazio personale con i cavalli. Vediamo quali sono.

 

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Foto 1 – Se il cavallo non rispetta il nostro spazio personale, il rischio di farsi del male è reale. Insegnargli a rispettarlo, comporta tre ottimi vantaggi.

Molti cavalieri sottovalutano il concetto dello spazio personale, finendo in situazioni molto critiche. Il fatto che il cavallo sia un animale di diversi quintali molto istintivo, lo rende, suo malgrado, pericoloso. Potrebbe schiacciarci un piede, una gamba o anche tutto il corpo e non rendersene minimamente conto. Pretendere di volersi comportare con loro come se noi stessi fossimo dei grossi erbivori, è una forzatura illogica e pericolosa. La potenza, la resistenza ed anche il solo peso, rendono questo rapporto inverosimile. I cavalli tra loro si mordono, si calciano, si spingono. Se facessero tutto questo nei nostri confronti, ne usciremmo con lividi, ferite e qualche osso rotto, qualora ci dovesse andar bene. Perciò insegnare lo spazio personale ad un cavallo è fondamentale. Gli si deve spiegare che deve rispettare determinate regole che imporremo, essendo noi privi dei suoi stessi mezzi fisici. L’insegnamento di questo concetto si riflette di fatto in una richiesta di rispetto nei nostri confronti.

I vantaggi di questo lavoro diventano quindi triplici: innanzitutto, nella comunicazione equina far rispettare uno spazio intorno a noi significa poter controllare il movimento del cavallo, perciò un ritorno alla dimostrazione delle capacità di leadership. Molto spesso i cavalli entrano nei nostri spazi per valutare fino a dove si possono spingere e, quando non trovano resistenze o divieti, occupano tutto questo spazio, volendoci dimostrare di essere in grado di gestirci e di poter pretendere la nostra posizione. I cavalieri più inesperti male interpretano questo atteggiamento, credendo che il loro “cucciolo” di cinque quintali cerchi coccole. La realtà è ben diversa.

Foto 2 – Quando il cavallo rispetta il nostro spazio, anche in caso di fuga ci passerà a distanza, evitando di travolgerci.

Perciò fare rispettare i nostri spazi diventa una delle dimostrazioni di capacità di leadership nei confronti del cavallo, con conseguente ottenimento di rispetto, perciò di fiducia. Un secondo vantaggio riguarda la sicurezza: quando un cavallo ci resta troppo vicino potrebbe travolgerci, nel caso di una reazione istintiva. Se gli insegnassimo invece a rispettare la distanza, anche in caso di reazione, rimarremo in sicurezza: il cavallo tenterà una fuga, ma nel rispetto dello spazio, quindi passando lontano da noi. Terzo ed ultimo vantaggio è l’attenzione: un cavallo che deve mantenersi a distanza da noi, deve sapere dove siamo. Perciò dovrà rimanere concentrato sui nostri movimenti. L’attenzione stimola la parte razionale del cervello, a discapito di quella istintiva.
Come giungiamo tuttavia a far capire al nostro cavallo qual è lo spazio che lui deve rispettare? L’errore più frequente è quello di punirlo ogni qualvolta che ci viene addosso. Difficilmente il cavallo in questa maniera capirà il motivo della punizione ed inoltre comincerà a temere la nostra vicinanza. Il lavoro che andremo a svolgere, spiegato nel sesto step del metodo ATH, dovrà invece fargli rispettare lo spazio intorno a noi, ma non spingerlo a temerlo. Sono due concetti ben diversi. Innanzitutto dovremo decidere l’ampiezza dello spazio che vorremo far rispettare. Tale ampiezza varia da cavallo a cavallo e da cavaliere a cavaliere. Essa cresce o cala in base alle dimensioni del cavallo, al suo grado di istintività, alla sua età e al rapporto che il cavaliere ha con lui. Usando una comoda lunghina di addestramento, si parte con il cavallo alla distanza voluta e lo si accompagna a mano. Nella mano opposta, la parte residua di lunghina che lasceremo pendere, creerà il raggio del nostro spazio personale. Ci incammineremo come d’abitudine, facendoci seguire dal cavallo. Senza preavviso ci fermeremo e con la coda dell’occhio valuteremo se il cavallo si ferma o se entra nel nostro spazio, magari venendoci addosso. In tal caso, mantenendo la posizione, faremo ruotare la lunghina che tenevamo nella mano opposta a quella che accompagna il cavallo, definendo un’area circolare attorno a noi all’altezza della nostra cintura.

Foto 3 – Nella prima fase di questo esercizio definiremo un’area attorno a noi con la lunghina, in modo da creare una zona scomoda per il cavallo vicino a noi.

Non dovremo seguire o ricercare il cavallo, ma semplicemente definire una zona, nella quale il cavallo verrà colpito dalla lunghina, se non si distanzia. Fintanto che lui rimarrà in questo spazio, la lunghina continuerà a roteare e a colpirlo, creando una situazione di scomodità. Per trovare il rilascio di pressione, il cavallo dovrà allontanarsi e quello sarà il momento in cui comincerà a capire di doversi mantenere ad una determinata distanza. Questa tecnica non crea uno scontro con l’animale, in quanto non si ricerca un contatto con lui. Capirà che stiamo solo definendo un’area e se lui ne rimarrà a distanza, non incorrerà in una situazione di fastidio. Ci vorranno diverse ripetizioni perché possa comprendere a pieno quello che gli stiamo chiedendo. Non appena uscirà dallo spazio, ci potremo incamminare nuovamente, come se nulla fosse accaduto.

Quando questo concetto sarà ben appreso, potremo fare una prova del nove, che è la seconda fase dell’esercizio: una volta che ci saremo fermati e il cavallo rimarrà alla giusta distanza, faremo un passo deciso indietro, spostando di fatto il nostro spazio. Il cavallo dovrebbe quindi, a questo punto, indietreggiare o comunque allontanarsi da noi. Se non dovesse farlo, ritorneremo a delineare lo spazio con la lunghina. Una volta che si sarà allontanato, ripartiremo in avanti e riproveremo finchè non comprenderà che lo spazio che definiamo si muove con noi, perciò si dovrà distanziare anche se noi indietreggiamo.

Foto 6 – Bisogna comunicare innanzitutto con il nostro corpo ed il nostro atteggiamento. Testa alta, spalle aperte, passo deciso.

Imparata questa fase, entreremo nella terza ed ultima: ci incammineremo, come abbiamo fatto nella prima fase, ci fermeremo ed ora il cavallo sarà alla giusta distanza. Quindi ci gireremo su noi stessi ed avanzeremo come se volessimo raggiungere un punto proprio dietro a lui in linea d’aria. Perciò il nostro percorso “attraverserà” il cavallo. Anche in questo caso si dovrebbe allontanare e lasciare il nostro passaggio libero. Per ottenere questo risultato è importante che l’atteggiamento del nostro corpo comunichi la volontà di ottenere spazio, per cui: sguardo verso il punto di arrivo, testa alta, spalle aperte e passo sicuro. Questo sarà il segnale per il cavallo circa le nostre intenzioni. Nel caso in cui lui non volesse lasciarci il passaggio, ci fermeremo e faremo nuovamente roteare la lunghina, definendo nuovamente il nostro spazio, per poi proseguire verso il nostro punto di arrivo. È importante non seguire il cavallo, nemmeno con lo sguardo, altrimenti penserà che l’obiettivo del nostro muoverci sia lui stesso e non il percorso che ci dovrebbe liberare. Una volta che anche questo esercizio sarà compreso, dovremo assicurarci che il cavallo abbia imparato a leggere il nostro atteggiamento e non solamente a scapparci via. Per cui ripeteremo l’esercizio, ma stavolta ci avvicineremo a lui con un atteggiamento passivo, cioè tenendo la testa bassa, le spalle chiuse e con un passo rilassato. Questo nuovo atteggiamento gli dovrebbe far capire che non si deve spostare, ma ci può lasciar avvicinare. Nel caso in cui si dovesse confondere, continueremo a seguirlo, mantenendo quella postura fino a quando non si fermerà. Solo allora ci fermeremo anche noi, poggiandogli la mano sul collo o sulla spalla come segno di rilascio di pressione.
Durante i primi approcci a questi esercizi non ci preoccuperemo se il cavallo, con l’intento di allontanarsi dal nostro spazio, andrà di lato, indietro o in avanti. Per ora ci interessa solamente che capisca qual è l’area da rispettare. In un secondo momento andremo a correggere, con gli esercizi già visti, la sua posizione (primo step per la direzione, rispetto della capezza per orientare il suo naso).
L’esercizio dello spazio personale può riguardare indi-rettamente anche il rispetto verso il cavaliere: poniamo di avere un cavallo che come difesa giri di posteriore verso l’uomo con l’intento di minacciare un calcio. Usando lo spazio personale diretto alla sua parte posteriore gli insegneremo a rimanere a distanza e a non minacciare il cavaliere. Questo è solo uno dei tanti vantaggi che derivano dall’aver insegnato ad un cavallo lo spazio personale. Altri possono essere, per esempio, il fatto di poter muoversi liberamente in paddock o in box senza la paura di essere investiti o calciati dai cavalli presenti, oppure la possibilità di potersi muovere in libertà se durante un trekking fossimo costretti ad effettuare dei lavori da terra con il cavallo a mano. Quindi molteplici vantaggi in un unico esercizio, perciò, perché non insegnarlo al nostro cavallo?

 

L’ESERCIZIO RIBALTATO
Essendo questo un esercizio costruito sull’osservazione dei comportamenti dei cavalli in branco, non dovremo stupirci se il nostro allievo a quattro gambe dovesse tentare di ribaltare la situazione: nel momento in cui gli andremo a richiedere spazio, lui potrebbe cercare a sua volta di imporre la sua area personale. In questo caso saremo tornati al confronto di leadership, dove il cavallo cercherà di spostarci. Dovremmo avere l’abilità di riuscire a mantenere la posizione e fare in modo che sia lui a spostarsi, senza portare lo scontro ad un livello fisico, dove saremo destinati a perdere. Quindi, se riusciamo, manteniamo la posizione e continuiamo a ruotare la lunghina, finchè lui desisterà. Ma se il suo atteggiamento dovesse diventare aggressivo, rinunciamo all’esercizio e ritorniamo al primo step, lavorando sulla direzione, riprendendo solo successivamente lo spazio personale.

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LA CAPEZZA

La capezza è lo strumento che usiamo per accompagnare il cavallo nella gestione a mano, ma non è quello il suo solo compito.

 

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Foto 1 - La capezza come forma di controllo del cavallo esiste da millenni, nelle sue varie tipologie ed evoluzioni
Foto 1 – La capezza come forma di controllo del cavallo esiste da millenni, nelle sue varie tipologie ed evoluzioni

 

 

L’uomo primitivo non deve aver impiegato molto a capire che controllando il naso del cavallo sarebbe riuscito a controllarne la direzione ed è così che nacquero probabilmente le prime capezze. All’inizio saranno state fatte con delle corde grezze, poi nel tempo si è passati al più raffinato ed elegante cuoio. Successivamente ci si è evoluti al più economico ed alla portata di tutti nylon, per poi tornare di nuovo alla corda. La capezza si è sviluppata nei millenni, ma il concetto è rimasto pressoché immutato. Essa rimane uno strumento di controllo e conduzione del cavallo, quindi non da meno è uno strumento di comunicazione tra uomo e cavallo. In alcune culture si utilizza un collare al posto della capezza, come nella monta californiana, allo scopo di preservare la sensibilità del naso, la quale servirà invece poi per il controllo in sella tramite il bosal. Tuttavia la maggior parte dei cavalieri si affida ancora alla capezza, o cavezza come viene anche chiamata. Vediamo perciò di spendere qualche parola per questo strumento di uso quotidiano del quale spesso se ne ignorano le molteplici funzioni, le regole di utilizzo e di come effettivamente agisce sulla testa del nostro amico a quattro gambe.

 

Foto 2 - Le tipologie di capezze sono numerosissime, ma si possono principalmente raggruppare in quattro grandi famiglie: (da sinistra) le pratiche capezze in nylon, le affascinanti capezze in cuoio, le capezze d’addestramento e i capezzoni da doma.
Foto 2 – Le tipologie di capezze sono numerosissime, ma si possono principalmente raggruppare in quattro grandi famiglie: (da sinistra) le pratiche capezze in nylon, le affascinanti capezze in cuoio, le capezze d’addestramento e i capezzoni da doma.

TIPOLOGIE
Ad oggi la capezza più diffusa è quella in nylon. Il mix di resistenza, lavabilità, praticità, sicurezza ed economicità la rendono la più adatta alla gestione quotidiana. Essa regge bene a medie pressioni date dalla conduzione e dalla gestione del cavallo, come accompagnarlo o girarlo alla longia. Inoltre la sua larghezza non la rende eccessivamente fastidiosa per l’animale. Non di rado all’interno vi sono delle imbottiture per evitare fiaccature, dovute alla frizione del materiale sintetico con la pelle. Ganci, moschettoni ed anelli la rendono pratica per agganciarla, aprirla, adattarla in tutta comodità e in tempi molto brevi. La gamma di colori e fantasie è praticamente infinita, per qualsiasi gusto. Inoltre molte di esse sono costruite per rompersi ad una eccessiva trazione, in modo da non ferire il cavallo in situazioni di panico. Sono perciò moltissime le qualità a favore di questa tipologia, che ha rimpiazzato la vecchia capezza in cuoio, la quale è tuttavia sopravvissuta in alcuni ambiti. La capezza in cuoio ha certamente un’eleganza impareggiabile, è molto resistente ed il suo aspetto, abbinato a degli argenti decorativi, la rendono adatta alle gare di estetica e morfologia. Rispetto alla capezza in nylon, però, richiede più cure ed attenzione, in quanto il cuoio, con il passare del tempo, tende a seccarsi, divenire ruvido e il rischio di rottura o di fiaccare il cavallo a questo punto è reale. Segue la capezza in corda, nelle sue varianti. Tale capezza è realizzata in corda tecnica resistente, con dei nodi posizionati in modo da agire su punti sensibili al fine di gestire la forza del cavallo. Il diametro della corda ne indica la severità: più è sottile, più è severa. Non a caso è anche detta capezza d’addestramento. Alcuni modelli sostituiscono i nodi con complesse lavorazioni della corda o con dei tondi metallici, ma il concetto rimane lo stesso. Per concludere, un modello al limite della categoria è quella dei capezzoni, da doma o maremmani, entrambi usati principalmente nella doma e nell’addestramento del cavallo.

ABITUAZIONE

Foto 3 - Dovrebbe essere fondamentale iniziare quanto prima l’abituazione alla capezza per il puledro. Più tardi si inizia con questo processo, più resistenze e difese si troveranno.
Foto 3 – Dovrebbe essere fondamentale iniziare quanto prima l’abituazione alla capezza per il puledro. Più tardi si inizia con questo processo, più resistenze e difese si troveranno.

Il puledro dovrebbe essere abituato fin da subito a questo oggetto che gli cinge la testa e dal quale non può liberarsi. Più tardi si effettua questa operazione, più difese si incontreranno. Le capezze in nylon all’inizio sono le migliori, non creando inutili pressioni e si rompono in caso di pericolo. Per abituare un puledro alla capezza converrebbe innanzitutto ottenere la fiducia dello stesso, con i lavori di avvicinamento della prima fase del metodo ATH, qualora non si fosse ottenuta fin dalla nascita standogli vicino e creando una forma di imprinting. Successivamente si deve desensibilizzare la faccia ed il collo del puledro con la lunghina, toccandolo, facendola scorrere un po’ ovunque. Pian piano poi si passa ad infilare il naso del puledro nella capezza. Una volta agganciata, il puledro farà qualche storia sentendosi questo strano oggetto e non potendo toglierselo di dosso. Lasciamolo fare per un po’, tenendolo sotto controllo la situazione. Alcune filosofie propongono di lasciare la capezza per giorni e giorni, con una lunghina corta attaccata, in modo da abituare il puledro. Personalmente ritengo questa pratica pericolosa e preferisco un approccio quotidiano per l’accettazione dello strumento. Una volta che la capezza viene accettata, si deve insegnare al puledro che questa strana cosa applicherà delle pressioni che dovrà imparare a seguire senza opporsi e questa sarà la parte addestrativa che la riguarda.

 

ADDESTRAMENTO

Foto 4 - La capezza d’addestramento ATH è ottima per insegnare la risposta alle pressioni di una capezza ad un cavallo.
Foto 4 – La capezza d’addestramento ATH è ottima per insegnare la risposta alle pressioni di una capezza ad un cavallo.

Il quarto step del metodo ATH è tutto dedicato all’insegnamento della gestione delle pressioni esercitate dalla capezza. Insegnarle al cavallo, significa poterlo controllare da terra, oltre ad ottenere una collaborazione attiva con lo strumento. Durante l’apprendimento si utilizza una capezza d’addestramento ATH, che permette di applicare pressioni in determinati punti sensibili, con l’obiettivo di evitare che il cavaliere eserciti un’eccessiva forza. Una volta insegnate le pressioni, ci si aspetta che il cavallo impari a rispettare qualsiasi tipologia di strumento di controllo del suo naso. I punti di pressione, dove la capezza andrà ad agire, sono: ai lati, dove i nodi laterali premono sugli zigomi, dietro la nuca e sopra il naso, dove gli ulteriori due nodi premono sulle fosse nasali (foto5). Anche la posizione della capezza è fondamentale: essa dev’essere appena più in basso rispetto agli zigomi, in modo che la sua pressione si scarichi sull’osso sottostante. Se si lasciasse la capezza troppo lasca, l’azione dei nodi si avrebbe sulle cartilagini, con il pericolo di danneggiarle, essendo delicate. Si comincia quindi dalla prima pressione: quella laterale.

Foto 5 - I principali punti di pressione di una capezza d’addestramento sono sugli zigomi (nodi laterali), sulle fosse nasali (nodi superiori) e dietro la nuca.
Foto 5 – I principali punti di pressione di una capezza d’addestramento sono sugli zigomi (nodi laterali), sulle fosse nasali (nodi superiori) e dietro la nuca.

Mettendoci al fianco del cavallo, all’altezza del garrese, esercitiamo sulla lunghina una leggera pressione verso il lato in cui siamo. La nostra mano si muoverà verso la direzione dove sarà l’ideale mano di un cavaliere in sella, in modo da preparare poi il cavallo al futuro lavoro in sella. All’inizio il cavallo non capirà, cercando soluzioni diverse alla pressione che sente sul lato del suo naso, abbassando la testa, alzandola, opponendosi alla pressione o muovendosi. Quello che dobbiamo fare è mantenere quel livello di pressione che abbiamo applicato, adattandoci ai movimenti del cavallo, senza lasciargli via d’uscita se non quella di portare la sua testa verso di noi. Ad ogni miglioramento, rilasceremo la pressione e ricominceremo. Non cerchiamo mai di aumentare la nostra forza, in quanto inizieremo un braccio di ferro con il cavallo, nel quale l’animale imparerà solo a combattere contro la richiesta. L’unico momento in cui saremo autorizzati ad aumentare la pressione sarà quando il cavallo si rifiuterà di trovare una soluzione al problema. In tal caso aumenteremo all’improvviso la pressione con un colpo secco, in modo da riportarlo in attenzione e convincerlo a ricercare una soluzione. Dopo di che la pressione tornerà ad essere estremamente bassa. Ci aspettiamo che il

Foto 6 - La falsa flessione è un errore comune: il naso del cavallo è flesso, ma la nuca e il collo del cavallo rimangono rigidi in avanti.
Foto 6 – La falsa flessione è un errore comune: il naso del cavallo è flesso, ma la nuca e il collo del cavallo rimangono rigidi in avanti.

cavallo segua la nostra mano al minimo tocco. Lavoriamo su entrambi i lati e ci accorgeremo che un lato sarà più flessibile ed uno più rigido: rientra nella normalità che un lato sia preferito dal cavallo, quindi più usato e ginnasticato. Una volta ottenuto questo risultato, proveremo ad effettuare lo stesso esercizio, ma in maniera inversa: ci porremo da un lato del cavallo e, dopo aver passato la lunghina dal lato opposto e quindi sopra il garrese, gli chiederemo di flettere la sua testa in direzione opposta a noi, con lo stesso schema di prima. Questo perché alcuni cavalli credono di dover serguire il cavaliere sentendo la pressione esercitata sul naso, invece di cedere alla richiesta della capezza. Questo esercizio convince loro che è la pressione che sentono a dominare sul cavaliere, nel senso che devono seguirla, indipendentemente dalla posizione del cavaliere. Prestate attenzione a quando il cavallo inizia a girare su sé stesso durante questo esercizio, in quanto vi potrebbe venire addosso. Siate pronti a rilasciare

Foto 7 - I diversi esercizi del quarto step insegnano al cavallo a rispettare le pressioni della capezza: (dall’alto) lateralmente, in maniera inversa, verso il basso e indietro.
Foto 7 – I diversi esercizi del quarto step insegnano al cavallo a rispettare le pressioni della capezza: (dall’alto) lateralmente, in maniera inversa, verso il basso e indietro.

leggermente, senza rilasciare del tutto. Se decideste di tirare di più, rischiereste di essere spinti a terra dal cavallo o di ricevere un calcio, visto che vi ritroverete proprio dietro di lui. Fate molta attenzione a quelle che chiamo le false flessioni: il cavallo potrebbe girare il naso verso di voi, ma con la nuca potrebbe puntare ancora altrove. In tal caso non sarà il naso a dare la sua direzione, ma la nuca. La vera flessione avviene a livello del collo, perciò la testa dell’animale dovrà essere quasi sulla verticale del terreno. Una volta ottenute queste cessioni laterali, andremo a lavorare su quelle verticali. La prima riguarda la pressione sulla nuca. I puledri di solito imparano a rispettare questa pressione fin da giovani, nella conduzione e stando legati. Tuttavia non è male ripassarla e rinforzarla. Applichiamo una leggera pressione verso il basso, afferrando il nodo della capezza o il moschettone della lunghina. Come prima, in caso di risposte errate, attendiamo che il cavallo trovi il rilascio di pressione. In caso di assenza di qualsiasi risposta, aumentiamo improvvisamente la pressione, richiedendogli uno sforzo mentale. Nel caso invece di opposizione alla pressione, tipica dei cavalli che tendono a tirare da legati o a impennare, mettiamo una mano sulla sua nuca ed esercitiamo una pressione crescente con le dita, fino ad ottenere una minima cessione, per poi ricominciare dall’inizio. Vi ricordo di non stare mai di fronte al cavallo durante questo esercizio, in quanto potrebbe essere pericoloso. Possiamo arrivare a chiedere una cessione fino a che il naso del cavallo non sfiori il terreno. Un ultimo esercizio riguarda la pressione della capezza nella parte superiore del naso. Questa pressione richiede al cavallo di cedere ad essa portando il naso al petto e, perciò, di indietreggiare. Lo svolgimento dell’esercizio è sempre lo stesso: si prende la capezza dal nodo o dal moschettone, si applica una leggera pressione verso il petto e si rilascia al minimo accenno di passo indietro. All’inizio non ci preoccuperemo se la testa non cederà verso il basso, se tuttavia otterremmo dei passi indietro. In un secondo momento, cominceremo invece a richiedere anche questa cessione. Non pretendete di far fare al cavallo molti passi indietro senza rilasciare mai la pressione, altrimenti imparerà ad opporsi alla capezza. Rilasciate ad ogni passo. Quindi per ottenere più passi indietro non farete altro che dare dei piccoli contatti ripetuti sulla capezza. Un contatto, un passo. In questo modo avremo insegnato al cavallo a seguire tutte le pressioni esercitate dalla capezza e potremo applicarle in esercizi avanzati più complessi.

 

 

 

IL BUONSENSO
Qualunque sia la capezza che utilizziate, valgono sempre le regole del buon senso. Queste righe non dovrebbero nemmeno esser scritte, ma quel che ho visto fino ad oggi mi impone di fare alcune raccomandazioni. In primis, la capezza non va mai lasciata al cavallo a paddock o in box, a meno che non sia per pochissimo tempo ed in maniera controllata. Se c’è un problema di recupero dell’animale, va risolto. Non è tenendo la capezza che il problema scompare. La sua pericolosità è evidente in caso di impiglio in qualche ramo o struttura, oppure nel caso in cui il cavallo si volesse grattare, rimanendo incastrato con il piede o il ferro. In particolar modo le capezze in corda non si rompono, anche in caso di forte trazione. Il cavallo potrebbe ferirsi gravemente, soffocarsi e morire. Le capezze d’addestramento sono fatte per lavorare. Sono altamente sconsigliate in tutte le altre situazioni, a meno che non stiate facendo un lavoro specifico. A lungo andare il cavallo ne verrebbe desensibilizzato ai nodi, rendendole inutili. Nel caso decideste di lasciare la capezza ai puledri al pascolo (cosa che sconsiglio comunque), controllate di tanto in tanto che lo sviluppo del puledro non sia maggiore della dimensione della capezza. Non accompagnate i cavalli tenendoli per la capezza, anche se vi fidate: basterebbe una paura improvvisa per finire trascinati con loro. Legate un cavallo ai due venti solo se siete consapevoli del fatto che è stato abituato in passato. Non legate un cavallo in trailer senza aver chiuso il blocco posteriore. Non girate il cavallo in corda rimanendo appesi alla lunghina o alla longia, perché insegnerete al cavallo a spingere contro la capezza. Non è la severità della capezza che insegna al cavallo, ma sarà la vostra capacità di rilascio della pressione. Controllate sempre che la vostra capezza sia pulita, integra e che non rischi di fiaccare il cavallo, oltre al fatto di essere della dimensione giusta per il cavallo. Gli agnellini che ricoprono le capezze in nylon proteggono il cavallo da queste fiaccature, ma solo se sono puliti. Inoltre gli offrono una morbida base di appoggio, quindi sono inadatti al lavoro da terra o per girarlo alla longia. Le capezze in corda hanno dei nodi che agiscono in punti sensibili, perciò le capezze in corda senza nodi o rivestite di agnellino sono assolutamente inutili. Se non avete idea di come funzioni una capezza d’addestramento in corda, usate una capezza classica. Controllate in fase di acquisto che il materiale del prodotto, qualunque esso sia, sia di buona qualità. Risparmiare pochi euro per poi dover chiamare il veterinario, non ne vale la pena. Il buon senso deve sempre prevalere in tutte le situazioni per la sicurezza nostra e del cavallo.

MONTARE IN CAPEZZA
Si può montare in capezza? Certo, è possibile se al cavallo è stato insegnato a rispettare tutte le pressioni esercitate da una capezza ed è controllabile tramite le stesse. Lo si può fare per verificare la leggerezza nei comandi o la fluidità nelle risposte. Tuttavia vi ricordo che, secondo il codice della strada (art. 184), sul suolo pubblico siete responsabili dei danni causati dal vostro cavallo. Perciò se uscite in passeggiata in capezza e perdete il controllo dell’animale, non varrà l’attenuante del caso fortuito, in quanto, per la legge, non avrete adottato tutti i sistemi di controllo previsti, quindi sarete completamente colpevoli e responsabili dell’accaduto.

Foto 8 - Montare in capezza è possibile quando il cavallo conosce alla perfezione le pressioni della capezza. In tal caso può essere un ottimo esercizio per valutare il grado di preparazione del cavallo.
Foto 8 – Montare in capezza è possibile quando il cavallo conosce alla perfezione le pressioni della capezza. In tal caso può essere un ottimo esercizio per valutare il grado di preparazione del cavallo.

 

USI PARTICOLARI DELLA CAPEZZA
Durante la mia esperienza ho visto molti modi diversi di utilizzare la capezza per gestire il cavallo. Vediamone alcuni:
• Passaggio della lunghina sul naso, tramite gli anelli laterali della capezza: sistema utilizzato per migliorare il controllo del cavallo irrispettoso della capezza. Sistema veloce per una correzione sul momento, ma non risolve la questione del controllo della capezza.
• Uso della catena con capezza: se serve nel caso di cavalli che tendono a mordere la lunghina, lo consiglio come metodologia risolutiva. In molti altri casi viene usato con gli stalloni, passando la catena sul naso, in bocca, ecc. Come sempre c’è la ricerca di una soluzione veloce ad un problema, ma di fatto non si arriva mai alla radice della problematica stessa, ma solo ad una toppa per nasconderla.
• Passaggio della lunghina dietro la nuca: il problema di solito qui è la flessione laterale, quindi si porta la pressione alla nuca, per ovviare alla mancanza di controllo laterale.
• Passaggio della lunghina nella bocca: sistema estremo di controllo, sintomo di una grossa mancanza di rispetto da parte del cavallo e di un addestramento molto povero.

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