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IL CARICAMENTO IN TRAILER

Il caricamento in trailer può diventare un momento frustrante sia per proprietari che per cavalli. Inoltre il rischio di infortunio diventa altissimo se non si ha coscienza di come si sta agendo.

 

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Le scene che si possono vedere al momento di caricare un

Foto 1 - Un buon caricamento in trailer va preparato per tempo. Non possiamo pensare di improvvisare con un cavallo che non è stato abituato. Le conseguenze potrebbero essere pericolose.
Foto 1 – Un buon caricamento in trailer va preparato per tempo. Non possiamo pensare di improvvisare con un cavallo che non è stato abituato. Le conseguenze potrebbero essere pericolose.

cavallo in trailer possono divenire apocalittiche. I cavalieri vengono spesso presi dallo sconforto e dalla rabbia, mentre i cavalli studiano sistemi di fuga sempre più aggressivi e pericolosi. Le probabilità di un infortunio sono alte e altrettanto alte sono le probabilità di causare un trauma psicologico nel cavallo, oltre al concreto rischio di non riuscire a partire. Avvisiamo fin da subito che non ci sono sistemi rapidi, magie o metodi miracolosi per caricare un cavallo non abituato in tempi brevi. Bisogna iniziare ad insegnare al nostro amico riluttante molto prima di arrivare nei pressi dell’ingresso del trailer o del van. I sistemi di controllo da terra fino alla terza fase del metodo ATH sono tutti necessari e devono esser ben conosciuti dal cavallo. La ragione è che il più delle volte il problema del caricamento è per lo più un fatto di controllo dell’equide. Una buona parte dei problemi sul trailer si risolvono lavorando sugli esercizi di controllo. I casi rimanenti riguardano i cavalli impauriti e i cavalli che rifiutano categoricamente.

 

 

I CAVALLI IMPAURITI
Anche se non sembra, i cavalli spaventati dal trailer sono un numero esiguo. La paura può derivare da un’esperienza passata negativa, da un trauma o dall’inesperienza. La necessità di aver già ottenuto gli esercizi di controllo e rispetto sono fondamentali per conquistare la fiducia del cavallo impaurito, così come tutti gli esercizi di razionalizzazione che lo aiuteranno ad affrontare razionalmente i problemi.

Foto 2 - L’esercizio della pedana, insieme a quello del corridoio, sono ottimi lavori propedeutici prima di affrontare il trailer.
Foto 2 – L’esercizio della pedana, insieme a quello del corridoio, sono ottimi lavori propedeutici prima di affrontare il trailer.

Come lavoro preventivo viene richiesto di superare una pedana in legno, per capire se la paura può arrivare dalla sensazione del cavallo di poggiare i piedi su una superficie sotto la quale c’è il vuoto (per sapere come lavorare su una pedana, vedere l’articolo “Le paure inamovibili”) e l’esercizio del corridoio per la gestione degli spazi ristretti (l’esercizio è spiegato nei video ATH allo step #12). Una volta affrontato questa fase propedeutica, ci si può avvicinare al trailer, ma in prima battuta si richiederà all’animale di lavorare ad una distanza ottimale, ovvero al punto in cui il cavallo entra in tensione a causa della presenza del mezzo. Questa distanza sarà soggettiva per ogni cavallo e dovremo imparare a riconoscerla leggendo i segnali che ci invia. Il primo esercizio del metodo ATH è ottimale per attirare a sua attenzione su di noi e a distoglierlo dalla presenza del trailer. Mano a mano che l’attenzione si focalizza su di noi, ci potremmo avvicinare.

Foto 3 - Cambiare gli schemi dei cavalli permetterà loro di affrontare un vecchio problema in una nuova ottica. Lavoriamo vicino al trailer senza pensare inizialmente a caricarlo.
Foto 3 – Cambiare gli schemi dei cavalli permetterà loro di affrontare un vecchio problema in una nuova ottica. Lavoriamo vicino al trailer senza pensare inizialmente a caricarlo.

Numerosi cambi di mano nel punto più distante dal trailer faranno in modo che l’idea del movimento sia sempre verso il mezzo e mai in fuga da esso. Continuiamo con questa operazione anche verso i lati del trailer, in modo che il cavallo possa ritenere tutta l’area coinvolta in questo esercizio senza vie di fuga. Ottenuta una sufficiente attenzione, poniamoci di fronte all’ingresso, magari sulla pedana dando le spalle al mezzo e, sempre con il primo esercizio, chiediamo al cavallo di fare un semicerchio che comincia su un lato e finisce nell’altro lato. Il fatto che non andiamo ancora a chiedergli di salire lo avrà ormai spiazzato e la paura starà lentamente lasciando il posto alla curiosità. Diversi cavalli a questo punto cambiano atteggiamento e possono diventare più collaborativi o, al contrario, iniziare dei rifiuti categorici, a seconda della loro indole.

Foto 4 - Lasciamo studiare al cavallo la pedana, prima di affrontarla. Gli risulterà più semplice attraversarla trasversalmente all’inizio.
Foto 4 – Lasciamo studiare al cavallo la pedana, prima di affrontarla. Gli risulterà più semplice attraversarla trasversalmente all’inizio.

 

Al momento proseguiamo nel caso di un soggetto ancora impaurito. Avendogli mostrato che tutto intorno al trailer non ci sono paure, ma nemmeno vie di fuga, allontaniamoci dalla pedana, in modo da aver sufficiente spazio per chiedergli di attraversarla trasversalmente, ancora senza chiederne la salita. Il metodo è lo stesso che avremo utilizzato per la pedana in legno e lo faremo sia da destra che da sinistra. Solo una volta completata questa serie di esercizi, potremmo cominciare ad affrontare la salita.

 

 

CAVALLI CHE RIFIUTANO CATEGORICAMENTE
Questa categoria di cavalli sono concettualmente più semplici da capire, ma lavorativamente più complessi da risolvere. Il trailer è stretto, buio, si muove, fa rumore e ogni volta porta l’animale lontano da casa.

Foto 5 - Le difese che un cavallo può aver appreso durante il caricamento in trailer sono le più diverse, dalla fuga, all’aggressione, all’immobilità. Qualsiasi tecnica gli abbia permesso di non essere caricato, è per lui un sistema vincente.
Foto 5 – Le difese che un cavallo può aver appreso durante il caricamento in trailer sono le più diverse, dalla fuga, all’aggressione, all’immobilità. Qualsiasi tecnica gli abbia permesso di non essere caricato, è per lui un sistema vincente.

Ci sono moltissime ragioni per le quali il cavallo decida di rifiutare la salita e sono tutte assolutamente motivate. Tuttavia abbiamo la necessità che impari a salire, senza farci sudare sette camicie ogni volta. I livelli di difesa che hanno appreso i cavalli che rifiutano sono diversi ed ognuno è un caso a sé stante. Proviamo comunque a farne un quadro generale per capire l’approccio a questa casistica. Come abbiamo spesso riportato in altri articoli, ogni qualvolta si costringa un cavallo a fare qualcosa, lui penserà a come fare a non essere obbligato di nuovo. È questa forma mentis che porta la situazione a peggiorare di volta in volta e a far sì che il cavallo inventi sempre vie di fuga nuove o più pericolose. Quindi dobbiamo cambiare il nostro approccio al problema. Questo nuovo approccio prevederà di smontare tutte le difese che il cavallo ha appreso e renderle inefficaci, portandolo a trovare come unica soluzione proprio la salita sul trailer. Per far questo è estremamente importante aver analizzato i comportamenti del cavallo, all’inizio in maniera passiva, dopodiché si procederà a pensare a come fare a renderli inefficaci senza tuttavia cercare lo scontro. Ecco alcuni esempi: il cavallo potrebbe cominciare ad indietreggiare una volta vicino al trailer. Soluzione: farlo indietreggiare ancora di più, rendendo la sua difesa un esercizio impegnativo. Il cavallo potrebbe fingere di salire, per poi all’ultimo spostarsi e proseguire all’esterno del trailer. Soluzione: andiamo a farlo lavorare sul lato, facendogli capire che ogni volta che prosegue lungo il fianco, inizierà a lavorare. Ancora, il cavallo potrebbe rimanere immobile davanti all’ingresso. Soluzione: affidiamoci ai nostri livelli di pressione crescente, fino ad ottenere un passo, per poi ricominciare. La coerenza è sempre importante nel lavoro con i cavalli, ma qui è ancor più fondamentale. Un nostro cedimento diventerà una sua vittoria, che ne rinforzerà le difese. Armiamoci di pazienza e caparbietà. Possono volerci ore o, in alcuni casi, diverse sessioni in più giorni. Dipende da quanto il rifiuto è radicato. Il nostro compito è fare in modo che il cavallo esaurisca tutte le sue difese e vie di fuga, convincendosene della loro inutilità. Inter-rompiamo sempre una sessione nel momento in cui abbiamo ottenuto un risultato positivo (un passo avanti, una gamba sulla pedana e via dicendo) e mai in un momento negativo o di rifiuto.

 

METODI DI CARICAMENTO
Ci sono principalmente tre tipologie di caricamento: con il cavallo in autonomia, con il cavallo a seguito e con il cavallo al fianco. Il più usato è il secondo, ovvero con il cavallo a seguito. Come sistema è il più pericoloso ed è quello che impedisce maggiormente di aver controllo sul cavallo. Personalmente preferisco insegnare per primo il metodo di caricamento in autonomia, ovvero facendo in modo che il cavallo salga da solo, mentre il cavaliere rimane vicino all’ingresso del trailer.

Foto 6 - Nel caricamento in autonomia, noi indichiamo la direzione di caricamento al cavallo, ma lui dovrà salire da solo, affrontando razionalmente il problema. Tra i tre sistemi di caricamento è quello con risultati di più lungo termine.
Foto 6 – Nel caricamento in autonomia, noi indichiamo la direzione di caricamento al cavallo, ma lui dovrà salire da solo, affrontando razionalmente il problema. Tra i tre sistemi di caricamento è quello con risultati di più lungo termine.

Questa tecnica lavora, inoltre, sulla parte razionale dell’animale, portandolo ad affrontare in prima persona il problema. Per ottenere questo risultato, superati i blocchi di fronte al mezzo, come spiegato prima, non dovremmo far altro che indicare l’ingresso al cavallo e chiedergli di salire con il primo comando del metodo ATH, sempre rimanendo vicini all’ingresso e rilasciando la pressione ad ogni progresso. La pressione che andremo ad applicare aumenterà solo nel caso in cui il cavallo dovesse ignorare le nostre richieste, mentre rimarrà costante nel caso in cui il cavallo dovesse iniziare ad indietreggiare, fino a quando non si otterrà nuovamente del movimento in avanti. Man mano che il cavallo entra nel trailer, dovremmo rilasciare la lunghina, avendo cura che non venga pestata, rischiando di farci ricominciare tutto dall’inizio. Perciò ci servirà una lunghina abbastanza lunga, come le lunghine d’addestramento ATH.

Foto 7 - Non preoccupiamoci inizialmente di dove vorrà salire il cavallo. Lasciamogli scegliere che ritiene più sicuro.
Foto 7 – Non preoccupiamoci inizialmente di dove vorrà salire il cavallo. Lasciamogli scegliere che ritiene più sicuro.

In questa fase lasceremo scegliere al cavallo se salire sul corridoio di destra o di sinistra. Consiglio di iniziare stando a destra del cavallo, in modo che la parte più istintiva abbia il nostro riferimento, mentre la parte più razionale cercherà di gestire la strettoia generata dalla parete. Tuttavia, alla fine, il cavallo dovrà poter salire sia nel corridoio di destra, che in quello di sinistra, con la nostra presenza sia alla sua destra, che alla sua sinistra. Ricordiamo che, come visto per le paure inamovibili, la pressione va rilasciata ad ogni progresso, in modo da far avanzare il cavallo un passo alla volta.

Foto 8 - Mentre il cavallo analizza il mezzo, non applichiamo nessuna pressione. Diamogli il tempo di cui lui necessita, per trovare la sicurezza.
Foto 8 – Mentre il cavallo analizza il mezzo, non applichiamo nessuna pressione. Diamogli il tempo di cui lui necessita, per trovare la sicurezza.

Nel momento in cui invece l’animale si metterà in analisi del mezzo, annusando, raspando o guardando, lo lasceremo privo di pressioni . Cerchiamo di non farci prendere dalla fretta. Mettere pressione quando il cavallo è in fase di studio della situazione, può fargli associare la scomodità al trailer, compromettendo tutto il lavoro fatto fino a qui e costringendoci a ricominciare dall’inizio. Attenzione tuttavia anche ai soggetti che fingono di mostrare interesse solo per ottenere il rilascio di pressione. In quel caso sarà la nostra esperienza a farci capire in quale situazione ci troviamo.

Foto 9 - Una volta che il cavallo è salito, aspettiamo alcuni momenti per vedere se rimane all’interno del trailer di suo volontà.
Foto 9 – Una volta che il cavallo è salito, aspettiamo alcuni momenti per vedere se rimane all’interno del trailer di suo volontà.

Una volta che il cavallo è salito completamente, non affrettiamoci a mettere il blocco posteriore, altrimenti il cavallo si sentirà immediatamente in trappola, pentendosi di essersi fidato di noi. Vediamo invece cosa succede nei momenti successivi e nel caso in cui decidesse di scendere di sua iniziativa, lo lasceremo fare e non appena è con i quattro piedi a terra, lo metteremo in lavoro. Il nostro obiettivo è fargli capire che se scende, troverà del lavoro, mentre se rimane sul trailer, potrà riposare. Se riusciamo a fargli fare questo collegamento, il cavallo cercherà di salire quanto prima, per evitare di lavorare.

Foto 10 - La direzione della testa del cavallo è un chiaro indicatore di dove sta per muoversi. Sfruttiamola a nostro vantaggio.
Foto 10 – La direzione della testa del cavallo è un chiaro indicatore di dove sta per muoversi. Sfruttiamola a nostro vantaggio.

Un’altra cosa da osservare durante il caricamento è la posizione della testa del cavallo: dove la testa è direzionata, lì lui andrà. Questo ci permette di capire in anticipo quali saranno le sue intenzioni di lì a breve, quindi facciamo in modo che la sua testa rimanga indirizzata verso l’interno del trailer, correggendola con la capezza.

Foto 11 - Il sistema di caricamento con il cavallo a fianco ci permette di mantenere il controllo della situazione e di rimanere in sicurezza.
Foto 11 – Il sistema di caricamento con il cavallo a fianco ci permette di mantenere il controllo della situazione e di rimanere in sicurezza.

Nella salita con il cavallo a fianco, si sale sul mezzo rimanendo all’altezza della spalla dell’animale, ma nella postazione vicina alla sua, se presente . Questa tecnica ci permette di controllare i suoi movimenti e di applicare pressione in caso di blocco dell’avanzamento. Inoltre saremo in una posizione di sicurezza nell’eventualità di reazioni o di fuga indietro, che potremmo seguire senza essere intralciati dalla struttura del trailer. Nell’ultima tipologia di caricamento, la salita con il cavallo a seguito, ci troviamo con l’animale dietro di noi, mentre lo precediamo. Questa soluzione ci mette in una posizione di pericolo nel caso di una reazione, non avendo alcuna via di fuga. Inoltre non ci permette di applicare pressioni, se non quella sulla capezza e nei vari passaggi sotto le barre di contenimento, rischiamo di perdere il controllo del cavallo. Una volta che il cavallo è salito e rimane stabilmente dentro il trailer, non andiamo a legarlo subito, in quanto, in caso di reazione, l’animale rischierebbe di farsi male molto seriamente. Potrebbe scivolare a terra o, nel caso di rottura della lunghina o della capezza, potrebbe ribaltarsi nel mezzo, con le evidenti conseguenze. Quindi per prima cosa, si deve chiudere la barra di contenimento posteriore e solo successivamente lo si può legare, corto, davanti. Altra motivazione che porta dei vantaggi al caricamento in autonomia e al caricamento a lato del cavallo.
Se il cavallo rifiutava la salita da diverso tempo, non mettiamolo immediatamente in viaggio. Procediamo sempre per gradi, quindi per alcuni giorni carichiamolo ed allunghiamo i tempi di permanenza all’interno del mezzo. Solo quando lo vedremo tranquillo e rilassato, potremmo effettuare dei piccoli viaggi con partenza ed arrivo nello stesso punto, in modo che il cavallo non associ il viaggio ad un allontanamento da casa. Pian piano i viaggi diventeranno sempre più lunghi e potranno essere associati a piccole sessioni di lavoro fuori casa. Quando vedremo il cavallo a suo agio nel viaggio di andata e ritorno, avremo vinto la paura o il rifiuto per il trailer.

Per la discesa, ci possiamo posizionare lateralmente alla rampa di uscita e applichiamo una leggera pressione sulla capezza, tramite la lunghina, che avremmo slegato e fatto passare sul fianco del cavallo e la manteniamo finchè non otteniamo un passo indietro. Al che rilasceremo la pressione, dopo qualche secondo la riapplicheremo e così continueremo fino a completa discesa del cavallo. Altra possibilità è quella di posizionarsi di fronte al cavallo e dopo aver fatto passare la lunghina sotto la barra anteriore, applicheremo una leggera pressione verso il petto del cavallo, in modo che la capezza agisca sul naso e ad ogni passo, rilasceremo la pressione. Ovviamente per prima cosa va slegato il cavallo, poi rimossa la barra di contenimento posteriore e infine si richiede al cavallo la discesa. Dovesse scendere in maniera troppo rapida, come fosse una reazione di fuga dal mezzo, facciamolo lavorare non appena giunto a terra e poi lo faremo risalire. Fino a quando non scenderà in maniera rilassata e controllata, continueremo con questa correzione.
Il lavoro di caricamento si andrà adattando al mezzo sul quale andremo a caricare il cavallo, valutando bene gli spazi, possibili vie di fuga dell’animale e posizioni di sicurezza per noi.

Foto 12 - Valutiamo attentamente il mezzo su cui andremo a caricare il cavallo: quali sono le vie di fuga? Dove possiamo lavorare in sicurezza? Quali sono le zone critiche del cavallo?
Foto 12 – Valutiamo attentamente il mezzo su cui andremo a caricare il cavallo: quali sono le vie di fuga? Dove possiamo lavorare in sicurezza? Quali sono le zone critiche del cavallo?

 

COME METTERE LE PRESSIONI?
Ci sono vari modi per applicare pressioni al cavallo durante il caricamento in trailer. La prima, come sempre, è il nostro sguardo nella direzione in cui ci aspettiamo che esso vada. La voce sarà il rinforzo della richiesta, con il braccio nella direzione. Poi possiamo usare la lunghina, come negli esercizi passati del metodo ATH. Talvolta però la lunghina può essere scomoda, per via della posizione o perché siamo già all’interno del trailer. Perciò possiamo utilizzare uno stick o un frustino corto. L’utilizzo è sempre per livelli di pressione, quindi si comincerà avvicinando lo strumento, muovendolo uno o due volte nella direzione voluta, senza colpire il cavallo. In mancanza di risposta, cominceremo a picchiettare, poi aumentiamo e aumentiamo fino ad ottenere una risposta. Dopodiché rilasceremo immediatamente, per poi ricominciare dallo sguardo. Il punto su cui applicare la pressione, dipende da dove ci troveremo più comodi. Personalmente preferisco associare al tocco dello stick sul garrese il movimento in avanti. Per essere sicuro che il cavallo comprenda bene la mia richiesta, la eseguo fuori dal trailer, in modo che lui possa concentrarsi completamente e serenamente su quella pressione. La zona del garrese è comoda, perché non interferisce con altre richieste ed è facilmente raggiungibile durante il caricamento.

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LE PAURE INAMOVIBILI

Molti incidenti in ambito equestre accadono in presenza di paure riguardanti oggetti inamovibili, come pozzanghere, fiumi o tombini. Sapere come agire correttamente, permette di prevenire infortuni a cavalli e cavalieri. Vediamo come.

 

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Nello scorso articolo abbiamo visto come affrontare le paure tramite la razionalizzazione. Il procedimento prevede di permettere al cavallo una via di fuga, ma non di liberarsi dalla situazione che ha generato la paura, fino al passaggio al pensiero razionale, visibile tramite i segnali di relax (vedi articolo Le paure – Parte I). Una volta capito il meccanismo, è tecnicamente semplice da applicare. Ma quando la fonte della paura non può essere spostata per seguire la fuga del cavallo, le cose si complicano. Le situazioni di pericolo in questi casi possono diventare le più diverse: da impennate, a sgroppate, a scivolate a terra, fino alle fughe fuori controllo o molto altro (foto1). Nella migliore delle ipotesi, ci troveremo costretti a ritornare sui nostri passi, rinunciando magari ad un’uscita in compagnia.
Ipotizziamo, per esempio, di voler passare un fiume e che il cavallo si rifiuti. Spesso un lavoro da terra ci permette di lavorare al meglio, ci consente di osservare le reazioni del cavallo e di evitare situazioni pericolose. Quindi, se possiamo, scendiamo da sella e lavoriamo con capezza e lunghina d’addestramento. A seconda delle esperienze pregresse del cavallo, il rifiuto sarà più o meno vicino all’oggetto in questione. Il punto di inizio della difesa va conosciuto, perché sarà il momento in cui cominceremo a lavorare. Una volta individuato, la prima cosa da capire è se effettivamente il cavallo ha paura del fiume o semplicemente rifiuta di entrarci, per un qualsivoglia motivo. La lettura dei suoi segnali, ci indicherà il lavoro da fare. In caso di paura, gli occhi saranno sbarrati, le orecchie dritte in avanti in direzione del fiume, la bocca serrata, respiro affannoso e nari dilatate (foto2). In questo caso ci metteremo non distanti dal punto di inizio della paura e cominceremo a prendere gestione dei movimenti dei suoi piedi con il primo esercizio del metodo ATH, in modo da concentrare l’attenzione su di noi, ignorando la fonte del timore. Lentamente ci sposteremo verso il punto di inizio della paura e ad un certo punto chiederemo al cavallo di dirigersi verso il fiume, usando i comandi del controllo a distanza, il tredicesimo step del metodo ATH (foto3). Potrebbe fare qualche passo in più di prima, ma quasi sicuramente si bloccherà, spaventato. Non è il momento di aumentare la pressione, perché in questo modo non faremo che terrorizzare il cavallo, facendolo sentire in trappola e portandolo a cercare vie di fuga alternative o ad aggredirci. Come abbiamo già detto in passato, se un cavallo può, fugge, ma se non può, aggredisce. Perciò, arrivati a questo punto, osserviamo i suoi comportamenti. Se decide di allontanarsi, lasciamolo andare, sempre sotto controllo, ma cerchiamo di far sì che il suo allontanamento lo riporti di nuovo al problema, magari poco più distante dal punto di prima e ritorniamo ad osservare i suoi comportamenti. Ogni tentativo di fuga deve essere concesso, ma deve poi concludersi sempre verso il problema originale. Dopo diversi tentativi, il cavallo inizierà a comprendere che la fuga non è una soluzione e comincerà ad elaborare nuove strategie. La parte razionale è entrata in funzione, sostituendo quella istintiva. Teniamo sempre sotto controllo la lettura dei segnali di relax. A questo punto, di solito, i cavalli iniziano a scavare a terra con uno zoccolo o ad abbassare la testa, cercando di annusare il terreno (foto4). Lasciamoli fare per tutto il tempo in cui cercano di studiare la loro paura. Mettere pressione in questi momenti li farà riportare al lato istintivo, quindi alla fuga. Inoltre correremo il rischio, come spessissimo accade, che il cavallo associ le pressioni che vengono applicate all’oggetto della paura, aumentando lo stress ed il panico. La pressione andrà messa solo nel mo-mento in cui l’animale perderà interesse nel fiume, ignorandolo. Andremo ad applicarla secondo i consueti schemi di livelli di pressione crescente. Se lasciamo studiare l’oggetto al cavallo, le sue conclusioni possono portarlo a cercare di affrontarlo, magari mettendo un piede dentro l’acqua (foto5), oppure lo possono portare a scegliere nuovamente la fuga. In questo secondo caso, agiremo come detto prima: lo lasceremo andare, per poi farlo ritornare sull’oggetto della paura. Nel primo caso invece lo lasceremo fare, cercando di associare al luogo pauroso, un momento di relax e riposo (foto6). Tutto lo schema si ripete, mentre noi coordiniamo le richieste stando a lato o prima dell’ostacolo. Il nostro sguardo sarà sul punto di passaggio del cavallo, mai sull’animale. Per lui il nostro sguardo sarà la sua guida. Vi accorgerete che tenderà a passare sempre più dove il vostro sguardo si poserà.
Qualora il cavallo semplicemente non avesse voglia di affrontare l’ostacolo, non dovremmo far altro che creare un’associazione: quando rifiuta, lo facciamo entrare in un esercizio di lavoro impegnativo (per esempio il primo step, fatto con un ritmo alto e con un diametro stretto), mentre se lo affronta, lo lasceremo privo di pressioni. Un cavallo che non vuole affrontare un problema, ma non ne è spaventato, non mostra i segnali tipici della paura, come li abbiamo già descritti.
Se cercassimo di convincere un cavallo di questo genere ad affrontare un problema come fosse un cavallo spaventato, sarà molto difficile riuscire ad ottenere un buon risultato. Viceversa, affrontando un cavallo spaventato come se fosse un cavallo che rifiuta, si rischierebbe di terrorizzarlo ancora di più. L’osservazione delle espressioni e dei segnali è fondamentale. Chiaramente, durante questi lavori, abbiamo la necessità di avere tutti gli esercizi di rispetto e controllo ben consolidati e sicuri. Le carenze degli esercizi di base in queste situazioni, diventano fattori critici che ci impediranno di raggiungere il risultato, mettendoci anche in situazioni di pericolo. Ogni volta che ci arrenderemo nel convincere il cavallo ad affrontare una paura a terra, lui si convincerà a resistere sempre di più alle nostre richieste e il lavoro di risoluzione sarà sempre più lungo e complesso. Se invece costringessimo il cavallo ad affrontare la situazione con la forza, ci potremmo anche riuscire, ma la prossima volta che ci dovessimo trovare di nuovo nella stessa identica situazione, sarà pronto ad anticipare la nostra costrizione, sviluppando difese sempre più pericolose. Alla base del lavoro consigliato fino a qui, c’è la filosofia del permettere al ca-vallo di scegliere di affrontare la paura, senza fargli percepire di essere costretto. Un cavallo che sceglie, è un cavallo portato a scegliere di nuovo. Un cavallo obbligato, è un cavallo che penserà fino alla prossima occasione a come fare per non essere obbligato di nuovo. La differenza è abissale e nel nostro rapporto può segnare un incremento della fiducia nei nostri confronti o un deterioramento della stessa. Tuttavia dovremo fare attenzione: alcuni cavalli cominciano ad affrontare una situazione con paura, ma ad un certo punto, capito che non c’è nulla da temere, potrebbero decidere di rifiutare di trovare una soluzione. Per cui dovremmo essere pronti ad adeguare la tipologia di lavoro in base ai cambiamenti comportamentali del cavallo stesso.
Come per le paure del precedente articolo, le paure su oggetti inamovibili si affrontano permettendo al cavallo di fare delle scelte e di optare per una collaborazione con noi, ottenendo così risultati di lungo termine e rinforzando la capacità del cavallo di affrontare in sicurezza paure sempre nuove.

 

ALTRI METODI
Ci sono altri sistemi per affrontare le paure inamovibili. Uno di questi, il più spiccio ed utilizzato, è tramite la coercizione. Questo sistema prevede la costrizione del cavallo sulla paura, come per esempio trascinare a forza l’animale sull’oggetto o esercitando violenza, fino a quando, per maggior terrore del dolore, il cavallo affronta la paura. Le conseguenze, come spiegato in questo articolo, sono quelle di trovare difese sempre più forti e prevenute. Un altro sistema è quello di utilizzare cavalli più esperti per far coraggio al soggetto spaventato. Il sistema può funzionare con alcuni, specie se gregari o puledri inesperti. Tuttavia può non essere risolutivo, in quanto l’animale potrebbe affrontare la paura solo in presenza di altri equidi e mai da solo. Un terzo sistema prevede che il cavaliere passi prima del cavallo, cercando di trasmettergli fiducia. Anche questo metodo può essere positivo ed aiutarlo ad superare la paura, qualora il rapporto con il cavallo sia ben consolidato e di fiducia. Il risvolto negativo si potrebbe avere nel momento in cui l’ostacolo dovesse essere affrontato da sella e non ci fosse la possibilità di scendere. In questo caso potremmo trovarci in seria difficoltà. Un ultimo sistema prevede il rinforzo positivo in cibo, al fine di associare una cosa piacevole alla paura. Raramente questo sistema funziona, creando invece un ulteriore stress nel cavallo che punta a pretendere la sua leccornia, ma non a riflettere sul suo timore. Una volta ottenuto il cibo, tornerebbe ad aver la stessa paura tale e quale a prima. Qualora, inoltre, nella sua bilancia mentale, il cibo diventasse meno importante della paura, ci ritroveremmo senza mezzi per risolvere la situazione.

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LE PAURE – PARTE I

Ci sono molti modi per affrontare le paure dei cavalli. La razionalizzazione è una di queste ed è la filosofia scelta dal metodo ATH. Vediamo come procedere in questa prima fase di lavoro da terra.

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Quando abbiamo a che fare con un cavallo, qualsiasi sia la nostra finalità, dovremmo fare i conti con le sue paure. L’istinto sviluppato in milioni di anni gli ha insegnato che per sopravvivere deve fuggire da ogni possibile pericolo, sia esso reale o immaginario (foto1). Tuttavia, nel caso in cui non potesse fuggire, il cavallo sceglierà di combattere contro chi o cosa ne impedisce la fuga, in modo da potersi aprire una via di salvezza. Di questo modo di vedere le cose ne dobbiamo tenere conto, quando ci rapportiamo con questi animali. In più ci serve sapere che la vista del cavallo è diversa da quella umana, essendo per loro monoculare. Questo sta a significare che la posizione laterale degli occhi permette agli equidi di avere una visione quasi totale attorno a loro, ad esclusione di un cono d’ombra dietro la groppa, alcuni centimetri davanti al naso e sotto la testa (foto2). L’impossibilità di non vedere in queste zone è da valutare mentre ci muoviamo attorno a loro, visto che rumori o movimenti improvvisi nella zona cieca possono scatenare reazioni difensive. Altro dettaglio da considerare sarà la genetica, in quanto la selezione delle razze ha portato all’esaltazione o all’attenuazione delle caratteristiche istintive insite in questa preda. Perciò vicino ad una razza più propensa all’istintività, ci saranno maggiori probabilità di reazioni di fuga o aggressione.
Vi sono diverse filosofie per affrontare le paure dei cavalli, già descritte in un precedente articolo, che sono la desensibilizzazione, l’abituazione e la razionalizzazione. Oggi andremo a descrivere nel dettaglio come agire tramite la razionalizzazione, ovvero la filosofia perseguita dal metodo ATH. Tuttavia, prima ancora di andare a lavorare sulle paure, abbiamo bisogno di lavorare sul rapporto tra cavallo e cavaliere. Essendo il cavallo un animale da branco, ricerca la protezione dei suoi simili o di chi può capire il suo linguaggio. Ecco perché è importante, prima di tutto, creare un rapporto con lui, diventandone una figura di riferimento. Non a caso, nel metodo ATH, la parte di lavoro sulle paure di un cavallo è il quarto esercizio, dopo aver ottenuto il controllo della direzione e la sua attenzione. Essere leader del cavallo non gli farà affrontare la paure, ma gli permetterà di fidarsi delle nostre indicazioni e di cercare in noi del-le soluzioni, invece di fare da sé. Ottenuto questo risultato, iniziamo il processo di razionalizzazione.
L’obiettivo, come già spiegato nell’articolo di riferimento, è quello di fare in modo che il cavallo impari a riflettere sulle situazioni, valutando di volta in volta se esse possano essere pericolose o meno. Per ottenere questo risultato dovremo allenare la parte razionale del cervello, a discapito della parte istintiva. L’allenamento deve essere progressivo e costante, per poi essere mantenuto nel tempo. L’approccio agli esercizi si deve dividere sui due lati del cavallo, in quanto, avendo la vista monoculare, ogni occhio vede solo dal proprio lato, comunicando al cervello informazioni diverse rispetto all’altro occhio. Questo fa sì che il cavallo viva due mondi separati, il destro ed il sinistro, che si incontrano solo per un breve tratto di fronte a lui. L’esperienza ha insegnato all’essere umano, durante i millenni di addestramento, che il lato sinistro del cavallo tende ad es-sere più razionale del lato destro. Perciò, per comodità, la maggior parte delle azioni che oggi facciamo per abitudine sul lato sinistro, discendono da questo passato accorgimento. Non è un caso se il termine “addestramento” contiene proprio la parola “destro”. Perciò inizieremo il nostro lavoro dal lato più semplice: il lato sinistro. In prima battuta useremo la lunghina, uno strumento che il cavallo conosce già e con cui ha familiarità. L’obiettivo è quello di creare una situazione che generi paura nel cavallo, perciò una reazione di fuga. Questa reazione non verrà bloccata o limitata, per non incorrere in una successiva aggressione, ma verrà semplicemente assecondata, in modo che il cavallo possa cercare la fuga dalla situazione da noi creata, ma non possa di fatto liberarsi da essa. L’inconcludente fuga porterà il cavallo a riflettere sulla sua scelta, fino a quando la riterrà inutile. A questo punto dovrà riflettere per trovare una nuova soluzione. È il momento in cui la parte razionale prende il posto della parte istintiva. È iniziato il nostro allenamento di rinforzo della parte razionale. A questo punto interromperemo la situazione creata, in modo che nella mente del cavallo si apra il pensiero “Se penso, risolvo i problemi”.
Nella pratica, ecco come andremo ad agire: con la lunghina inizieremo a rotearla sul fianco del cavallo, senza aver fatto alcuna richiesta. Da questa situazione lui cercherà di fuggire, non comprendendola e ritenendola perciò pericolosa. Noi lo seguiremo, senza impedirne la fuga, ma controllandola con la capezza e tenendo la sua testa verso di noi, per evitare possibili calci. Continuiamo a roteare la lunghina fino a quando il cavallo si renderà conto che la sua fuga non lo porta ad alcuna soluzione (foto3). È il momento in cui la parte razionale del suo cervello è entrata in funzione. Ma come capiamo noi di ab-biamo raggiunto questo risultato? Vi sono dei segnali che il cavallo manifesta quando pensa, che sono conosciuti come segnali di relax. I principali tra questi segnali sono:
– Masticare
– Leccare le labbra
– Abbassare l’incollatura
– Sospirare
– Mettere una gamba posteriore a riposto
– Distogliere lo sguardo dalla situazione di presunto pericolo
Vedere uno di questi segnali (foto4), significa che il ca-vallo sta iniziando a pensare, per cui noi smetteremo di muovere la lunghina. Questo rilascio convincerà il cavallo che pensare alla situazione sia la soluzione migliore. Questi segnali di relax li possiamo vedere anche mentre il cavallo è in movimento. Non deve essere per forza fermo. Credere che un cavallo fermo sia rilassato è uno dei peggiori errori che possiamo fare. Un cavallo fermo immobile, senza segnali di relax, potrebbe caricare tensione da paura, fino all’esplosione emotiva, con reazioni estreme e pericolose per lui e per noi (foto5).
Dovremo effettuare questo esercizio in diversi punti del cavallo (vicino alle spalle, ai posteriori, in alto, in basso, vicino alla testa, ecc. ) (foto6), prima di passare al lato destro, dove ripeteremo tutto da capo. Se durante questi esercizi, dovessimo per errore colpire il cavallo, non è un problema. Dobbiamo insegnare loro che non è tutto perfettamente calcolato ed un errore può esserci. Anche questo agisce sulla loro parte razionale ed insegna loro a riflettere se le pressioni che ricevono sono effettive richieste o errori involontari. L’esercizio con la lunghina è un esercizio di base, per iniziare ad affrontare la tematica della paura, usando strumenti conosciuti dall’animale. Da qui in poi potremo aumentare la difficoltà degli esercizi, passando ad oggetti sempre più paurosi, come sacchetti in plastica, ombrelli, bottiglie di plastica e via dicendo (foto7). Dobbiamo valutare di iniziare l’esercizio sempre alla distanza in cui iniziamo a vedere le prime reazioni. Se con un sacchetto di nylon il cavallo dà cenni di paura a due metri di distanza, da lì inizieremo a lavorare, creando delle zone di avvicinamento progressivo su ciascun lato, fino ad arrivare al contatto (foto8). Se non rispettiamo questi stadi di avvicinamento, il cavallo potrebbe sentire la paura troppo vicina e convincersi di essere in trappola, per cui reagire aggressivamente. Perciò, finchè non vediamo segnali di relax, non ci avviciniamo oltre e rimaniamo sul punto. Tanto più istintivo sarà il cavallo su cui lavoriamo, tanto più dovremo essere costanti e quotidiani in questi lavori, variando spesso gli oggetti con cui lavoriamo. Ricordiamoci che l’obiettivo non è quello di far sì che il cavallo non abbia paura dell’oggetto, ma che impari a riflettere sulle situazioni e trovi delle soluzioni.
Quindi, riassumendo: creiamo delle situazioni che provocano paura, le manteniamo, permettendo la fuga, fino alla vista di un segnale di relax e se necessario lavoriamo per zone di avvicinamento. Lavoriamo lato destro e sinistro separatamente, avendo cura di non passare sul lato opposto a quello su cui stiamo lavorando, almeno finchè il cavallo non avrà una sufficiente preparazione. Questa è la prima fase di lavorazione per permettere ad un cavallo di affrontare le sue paure, con il cavaliere a terra e posizione di partenza statica (cavallo fermo). A seguire parleremo delle paure inamovibili, come l’acqua, pozzanghere e qualsiasi oggetto che non potremo avvicinare e allontanare dal cavallo e poi delle paure con il cavallo in movimento. Sono tutte situazioni che vanno lavorate separatamente, perché vengono percepite come diverse da parte di queste prede.
Facciamo infine attenzione a non rassicurare mai il cavallo in fase di fuga o reazione, con l’intento di tranquillizzarlo. Questo sistema fa trovare al cavallo il rilascio della pressione nella paura, alimentandola episodio dopo episodio. Inoltre, con questo atteggiamento, il nostro compagno a quattro gambe imparerà a simulare paura per uscire da situazioni di scomodità o anche solo per obbligarci a interrompere il lavoro.
In conclusione, lavorando sulla paura abbiamo bisogno di osservare e comprendere il cavallo. La nostra finalità sarà portarlo a usare la parte razionale del cervello, in modo che egli possa imparare ad affrontare anche situazioni a lui sconosciute e scegliere la soluzione migliore. Che potrebbe essere anche la fuga. L’importante è che tale scelta avvenga in maniera ponderata e non istintiva.

 

PAURA O SVOGLIATEZZA?
Iniziando a lavorare sulle paure dei cavalli, ci si accorgerà, leggendo i segnali che essi ci inviano, che non sempre i rifiuti sono causati da paure. Talvolta semplicemente un cavallo non vuole affrontare una situazione, ma non perché ne abbia paura, ma solo perché non vuole. Un caso esemplare è il caricamento in trailer (foto9). I cavalli che realmente hanno paura del trailer sono davvero pochi. Moltissimi sono invece i cavalli che non vogliono salire in trailer. Questo strano aggeggio è per loro rumoroso, buio, stretto, si muove e magari porta in posti dove dovranno far fatica e sicuramente lontani da casa e dai loro amici. Hanno tutte le buone ragioni per non voler salire. Quindi come distinguiamo un cavallo impaurito da un cavallo svogliato? In questa fase subentra la nostra esperienza e capacità di lettura del cavallo. I segnali di relax, già descritti in questo articolo, ci aiutano a capire in che stato mentale è il nostro cavallo. I segnali opposti sono invece segnali di tensione: occhi sbarrati, incollatura alta, bocca serrata, piedi ben piantati a terra, rigidità muscolare, respiro rapido e affannoso. La lettura di questi segnali colloca il cavallo nel piano della paura o della svogliatezza. In caso di paura, abbiamo letto in questo articolo come comportarci. In caso di svogliatezza invece dovremo associare al rifiuto un maggior lavoro, in modo da poter dare al cavallo la possibilità di poter scegliere se accettare la nostra richiesta e quindi riposare, o rifiutarla e perciò lavorare. Attenzione tuttavia che,non di rado, i cavalli passano dallo stato di paura a quello di rifiuto: una volta compreso che non c’è nulla da temere, decidono che è arrivato il momento di non voler accettare le nostre richieste. Quindi, come spesso accade nel lavoro con i cavalli, dovremmo essere elastici nel nostro modo di agire ed adattarci alla situazione che muta. È evidente che lavorare su un cavallo impaurito come se fosse un cavallo svogliato, non farà che aumentare le sue paure. Viceversa, lavorare su un cavallo svogliato come se fosse un cavallo impaurito, non ci porterà mai ad ottenere la richiesta e porterà il cavallo ad apprendere comportamenti di rifiuto sempre più radicati.

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DESENSIBILIZZAZIONE, ABITUAZIONE, RAZIONALIZZAZIONE

Come possiamo gestire le paure dei cavalli? Quali sono i significati di questi tre termini? E quali le loro differenze. Vediamo di fare chiarezza sull’argomento.

 

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Il cavallo è un erbivoro ed in quanto tale appartiene al regno animale delle prede. Per assicurare la propria sopravvivenza, Madre Natura ha dotato gli equini di sensi molto sviluppati, in grado di cogliere ogni rumore, movimento o odore che li potesse mettere in pericolo. Non avendo alcun mezzo difensivo, se non la fuga, questi animali hanno sviluppato un istinto dedito alla rapida evasione dai problemi. Il tempismo è tutto, perciò il cavallo ha imparato che la cosa migliore da fare, per la propria sopravvivenza, è allontanarsi da un possibile problema e, solo in un secondo momento, valutare se quello che aveva percepito era effettivamente un pericolo (foto1). Fermarsi ad analizzare la situazione poteva essere rischioso, per questo l’evoluzione ha portato il cavallo agli attuali comportamenti. Ricordiamo che l’evoluzione del mondo equino affonda le radici della sua storia a circa 5 milioni di anni fa. Talvolta, tuttavia, il cavallo si trovava in una situazione tale per cui la fuga non era possibile, in quanto intrappolato in un angolo o perché il predatore lo aveva già azzannato, trattenendolo. In questo caso l’istinto cambiava la scelta, da fuga a combattimento: attaccare il predatore poteva dare una chance di aprirsi un varco e riuscire quindi a mettersi in salvo (foto2). Quindi il meccanismo era (ed è ancora oggi): fuggire, se possibile; combattere, se necessario. Queste scelte dettate dall’istinto, che io definisco reazioni, sono rimaste impresse nel cervello degli equini fino ad oggi. L’essere umano ha iniziato ad alleva-re i cavalli circa 5 mila anni fa e nella sua selezione ha fatto in modo di esaltare alcuni comportamenti insiti nella natura dell’animale. Questa selezione, durata millenni, ha portato alla definizione di alcuni soggetti più o meno propensi all’istinto. I cavalli più reattivi (definiti anche “caldi”) venivano utilizzati per la loro velocità, quindi con destinazione principalmente sportiva. I meno istintivi (definiti anche “freddi”), invece, erano dediti al lavoro, come il traino dei carri o il lavoro da sella. In entrambi i casi, la gestione della paura di queste prede è sempre stato un cruccio umano. La selezione poteva dare soggetti veloci, ma istintivi, quindi propensi a spaventarsi più facilmente. I soggetti meno istintivi erano meno inclini alla paura, ma più lenti nelle risposte. Perciò si capì la necessità di dover lavorare anche sul cervello del cavallo, oltre che sulla genetica. Tanto più ora che il cavallo non viveva più al sicuro tra i suoi simili in un branco, ma a contatto con l’uomo, in un rapporto diretto con un suo predatore naturale. Inizialmente si cercò di obbligarlo al controllo della paura tramite la forza e l’imposizione. Si studiarono paraocchi, perché il cavallo non vedesse, oppure strumenti per immobilizzare l’animale nel momento della paura, in una forma di accettazione forzata, o, ancora, la creazione di una paura maggiore, tramite fruste, bastoni o speroni, così che l’animale accettasse la minore per terrore della maggiore. Solo molti secoli dopo si iniziò a cercare di capire come far comprendere al cavallo le situazioni da lui ritenute pericolose. Il termine “desensibilizzazione”, in questo senso, è entrato nel linguaggio equestre da quando hanno cominciato a diffondersi le tecniche di hosemanship e per anni è stato sinonimo di “far affrontare le paure ad un cavallo”. La desensibilizzazione parte dal concetto di sottoporre l’animale ad uno stimolo e, dalla ripetizione costante e continua di questo stimolo, portare ad una inibizione sensoriale nei confronti della paura generata. Da qui la nascita del termine, ovvero togliere sensibilità al cavallo nei confronti degli stimoli esterni. Negli anni a seguire è nata una corrente di pensiero che contestava i limiti della desensibilizzazione, i quali risiedevano nel fatto che tale pratica agiva trasversalmente nella mente del cavallo, rendendolo asettico ad ogni stimolo esterno, quindi non solo alle paure, ma anche alle richieste del cavaliere. La conseguenza era quella di avere un cavallo “sordo” ad ogni stimolo esterno, sia esso positivo (una richiesta), che negativo (uno spavento). Perciò subentrò un lavoro di “abituazione”: ricercare gli oggetti e le situazioni ritenute pericolose dal cavallo e cercare di fargli comprendere come esse fossero in realtà innocue. Così, ritrovandosi in futuro di fronte allo stesso oggetto o alla stessa situazione, il cavallo la potesse riconoscere e quindi non spaventarsi. L’abituazione permetteva di mantenere la sensibilità dei comandi e di concentrare il lavoro sulla paura in determinati ambiti.
All’abituazione rimane tuttavia ancora un difetto di fondo: il cavallo impara a riconoscere un determinato oggetto o una determinata situazione, ma non minime variazioni delle stesse. Quindi un cavallo abituato, ad esempio, ad un sacchetto di nylon bianco di una certa dimensione, prenderà comunque paura di un sacchetto con un colore diverso o con un’altra dimensione.
Nel metodo ATH, al quarto step, si parla di desensibilizzazione, utilizzando il termine ormai d’uso comune nell’equitazione, ma cercando di darne il senso di “razionalizzazione” (foto4). Considerando che la parte istintiva del cervello del cavallo lo porta alla fuga o al combattimento, la parte opposta, quella che ci permette di comunicare con il cavallo e di avere l’equitazione, è quella relativa alla razionalità. Questa seconda parte contrasta l’istinto, portando l’animale a trovare soluzioni a situazioni nelle quali sarebbe incline alla fuga. Queste soluzioni le chiamo risposte, in contrapposizione alle reazioni. La razionalizzazione prevede di allenare e sviluppare la parte razionale del cervello. Il suo sviluppo si contrappone alla parte istintiva, limitandola di conseguenza. L’obiettivo non è più fare in modo che il cavallo non prenda paura, ma far in modo che l’animale rifletta sulla situazione e trovi una soluzione adatta. Questo non preclude che una delle soluzioni possa essere proprio la fuga (foto5). La razionalizzazione agisce sul cervello del cavallo, allenandolo progressivamente, fino a quando la sua prima scelta non sarà l’istinto, ma la ragione. La differenza risiede nelle tempistiche di reazione o risposta: un cavallo non allenato a trovare soluzioni, in caso di paura reagirà ad una velocità non gestibile dall’essere umano, perciò potenzialmente pericolosa. Un cavallo allenato, invece, per qualche secondo cercherà una soluzione grazie alla parte razionale e, nel caso in cui non la dovesse trovare, allora sceglierà la fuga. Quei secondi permettono al cavaliere di gestire il momento o, perlomeno, di prepararsi ad una reazione da parte dell’animale. Questo fa un’enorme differenza, specialmente quando si è in sella. Quindi la razionalizzazione non mira a sconfiggere le paure, ma dà gli strumenti necessari per analizzarle e decidere se rispondere o reagire (foto6). Rispetto alla desensibilizzazione è un procedimento meno meccanico e più mentale, mentre rispetto all’abituazione ottiene risultati di più ampio raggio, non concentrando il cavallo solo su determinati oggetti o situazioni. Con la razionalizzazione, il cavallo impara a gestire anche situazioni a lui sconosciute. Lo sviluppo del lavoro sulla razionalizzazione verrà spiegato in dettaglio in uno dei prossimi articoli, in quanto è un processo nel quale è fondamentale capirne la logica. La scelta di uno di questi tre sistemi per vincere le paure dei cavalli, dipende dal cavaliere, dalla sua capacità di lavorare il cavallo e dalle esigenze di utilizzo dell’animale stesso. Per un cavallo da passeggiata per principianti o ippoterapia sarà più consigliabile la desensibilizzazione. Per un cavallo da scuola, che rimane sempre nello stesso maneggio, o un cavallo da gara, che rimane sempre in un ambiente delimitato, sarà più adeguata l’abituazione. Per un cavallo da trekking o per chi cerca un cavallo personale collaborativo, la razionalizzazione è la scelta migliore.

 

GLI STALLONI E LE FEMMINE ALPHA
Un discorso a parte dev’essere fatto per gli stalloni e le femmine capobranco (definite alpha). Gli stalloni in natura hanno il compito di riprodursi e difendere l’harem, sia da pericoli esterni, sia da altri stalloni. Per cui la parte istintiva non richiede di fuggire o di combattere, ma l’esatto opposto: in prima battuta combattere, se non si riesce, allora fuggire (foto3). Perciò tutti i lavori, siano essi di desensibilizzazione, abituazione o razionalizzazione, devono tener conto di questo non trascurabile dettaglio. Il compito non è tanto evitare la fuga dello stallone, ma aumentare la sopportazione agli stimoli, per evitare una possibile aggressione. Questo motiva  il fatto che gli stalloni dovrebbero essere gestiti solo da cavalieri esperti, che sappiano leggere i segnali che il cavallo invia, al fine di evitare di essere attaccati. È vero anche che la selezione genetica ha portato ad avere molti stalloni con una parte istintiva limitata e più vicini all’atteggiamento di un castrone, ma l’istinto, per quanto sopito, è sempre presente. Le femmine alpha hanno un atteggiamento non dissimile a quello degli stalloni, perciò anch’esse vanno gestite con molta cautela ed esperienza.

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L’ATTENZIONE

Molti addestratori e cavalieri non danno sufficiente importanza all’argomento dell’attenzione, finendo per rovinare anche un lavoro tecnicamente corretto.

 

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Si sa che l’attenzione non è eterna. Vale per gli esseri umani, così come per i cavalli e l’argomento è più profondo di quanto si creda. Spingere un cavallo oltre la sua soglia di attenzione, senza rendersi conto di aver superato il limite, porta l’animale a rifiutare il lavoro ogni giorno di più e logora il rapporto creato con lui. Al cavaliere spetta di riuscire a capire quando il proprio compagno a quattro gambe è in attenzione, quando è distratto o quando è giunto alla sua stanchezza mentale. Compito non facile e che richiede una buona dose di osservazione. Ma vediamo di fare un po’ di chiarezza. Nel metodo ATH l’attenzione ha un posto dedicato nel terzo step, ovvero dopo aver ottenuto la movimentazione e la fermata dei piedi del cavallo. Normalmente questi primi due step, se ben fatti, convincono il cavallo a portare l’attenzione su di noi e a focalizzare i suoi sforzi sul cercare di comprendere le nostre richieste. Questo avviene in quanto gli abbiamo dimostrato, usando un linguaggio ed una mimica a lui comprensibile, di aver le capacità di gestire un branco. Il più delle volte un atteggiamento di attenzione è facilmente riconoscibile: le orecchie sono ben dritte e puntate su di noi e i suoi occhi non perdono un nostro movimento (foto1). Già nello svolgimento del primo step possiamo vedere la crescita dell’attenzione, grazie allo spostamento dell’orecchio interno verso di noi (foto2), mentre nel secondo step, subito dopo la fermata, il cavallo volge lo sguardo verso il cavaliere (foto3), fino a quando l’atteggiamento non diventa stabile e costante. Tutta-via non tutti i cavalli si comportano nello stesso modo. Alcuni soggetti richiedono del tempo per aver la loro attenzione. Altri, di carattere timido o introverso, si chiudono in sé stessi, quasi impermalositi dalla richiesta (foto4). Altri ancora rimangono in attenzione solo se siamo entro un certo raggio di distanza, mentre altri, all’opposto, non riusciranno a concentrarsi se siamo troppo ravvicinati, a causa di una serie di reazioni emotive di tensione al loro interno. Se ci pensiamo bene, non sono così diversi dagli esseri umani. Come dicevamo, però, l’attenzione non è eterna e, dopo un periodo, tende a calare, fino a spegnersi. Si potrebbe delinearne un grafico tempo – attenzione, dove la curva dell’attenzione parte da zero, cresce in una sorta di riscaldamento mentale, raggiunge un picco, per poi iniziare a calare e tornare a tendere a zero (foto5). Di nuovo, il paragone con l’attenzione umana è immediato: al mattino un impiegato necessita di un po’ di tempo, magari di un caffè, prima di poter dare il massimo impegno sul lavoro. Arriverà ad un picco di concentrazione, che dopo alcune ore comincerà a calare, fino a svanire verso fine giornata. Si sa che le peggiori scelte vengono fatte ad inizio e a fine giornata, quando la mente è meno lucida. La stessa cosa si riflette nel mondo equino: se vogliamo insegnare al nostro cavallo, dobbiamo imparare a riconoscere la fascia più alta della curva di attenzione e a concentrare i nostri sforzi in quel lasso di tempo. Per poter permettere al cavallo di raggiunge-re la sua massima operatività, è quindi fondamentale iniziare con esercizi semplici e non impegnativi, rendendoli mano a mano più complessi, fino ad arrivare al nuovo esercizio. Questo è il percorso migliore. Il riscaldamento fisico che facciamo per non sottoporre ad eccessivo stress la muscolatura, lo facciamo a livello mentale in questa maniera. E, di nuovo come per la muscolatura, dopo lo sforzo intenso ci sarà la fase di defaticamento, con esercizi leggeri e ben conosciuti. Affrontare in maniera cosciente la mente del cavallo, gli permette di assimilare rapidamente i concetti e di limitare l’opposizione all’apprendimento. Nel lungo periodo, questo approccio porta a migliorare la curva dell’attenzione, allungando il tempo di picco, quindi permettendoci di lavorare più a lungo sui nuovi esercizi. Viceversa, il non rispetto della curva di attenzione, porta l’animale a disinteressarsi al lavoro, in quanto i suoi sforzi di apprendimento non trovano appagamento, ma anzi, diventano frustranti. Come per noi esseri umani, quando l’attenzione cala, si è portati a fare maggiori errori, anche su cose banali. Nel lavoro con il cavallo, questa situazione porta allo scontro cavallo-cavaliere. Il primo sarà sconfortato dal non riuscire a capire la richiesta del cavaliere e nella stanchezza inizierà a confondere anche gli esercizi più semplici; il secondo perderà via via la pazienza, vedendo l’animale peggiorare, invece che migliorare. Si innesca così un meccanismo a catena distruttivo. Il persistere di questa situazione porterà il cavallo a rinunciare all’impegno, vedendolo sostanzialmente inutile e a chiudersi giorno dopo giorno in sé stesso, quindi verso la sua meccanicità. Purtroppo nel mondo agonistico si vedono moltissimi cavalli in questo stato mentale. La vecchia scuola ribadiva di non scendere da cavallo fino a quando non si aveva ottenuto un risultato, anche se fosse stato necessario rimanere in sella ore ed ore. Fortunatamente anni fa conobbi un addestratore americano, che sull’argomento mi disse: “C’è sempre domani”. Mi ci volle qualche anno per capire cosa voleva dire, ma ad oggi sono soddisfatto di aver fatto mia questa filosofia. Rispettare i tempi di attenzione di un cavallo ed insegnare solo nel picco di impegno, significa motivare l’animale. Quando si finisce una sessione di lavoro in maniera positiva, non vuol dire che si è riusciti ad insegnare una cosa nuova al cavallo, ma significa aver approcciato l’esercizio nei tempi di attenzione da lui dedicatici. Se impareremo a farlo, anche qualora il cavallo non avesse imparato l’esercizio, la sua mente lo affronterà in maniera serena e positiva. Probabilmente alla sessione successiva, l’animale avrà elaborato al meglio l’esercizio e non ci dovremo stupire se improvvisamente lo sapesse anche già fare. Con il rispetto della curva di attenzione, dovremo tenere a mente anche altri fattori che possono influire, come per esempio l’età, il luogo di lavoro, le esperienze passate del cavallo, l’indole, la razza e la tipologia di lavoro (foto6). Per l’età vale il concetto come per l’essere umano: più giovane è il soggetto, minore sarà la sua capacità di attenzione. Ad inizio lavoro un puledro ci riuscirà a dedicare solo pochi minuti di concentrazione (foto7). Il luogo di lavoro può permettere al cavallo di concentrarsi o di avere distrazioni. Un prato aperto sarà molto più incline alla distrazione di un tondino chiuso (foto8). Il passato del cavallo influisce, in quanto un cavallo ormai diventato meccanico, quindi poco disponibile a concentrarsi, sarà difficile da coinvolgere. L’indole ci può indicare la stabilità dell’attenzione: un soggetto molto istintivo si distrarrà al minimo rumore o movimento esterno e andrà richiamato spesso. La razza può incidere sull’indole e sulla capacità di concentrazione. Infine la tipologia di lavoro: un lavoro monotono e ripetitivo porta il cavallo a spegnersi mentalmente e a non partecipare attivamente con il cavaliere. È quindi fondamentale essere vari negli esercizi e cercare di osservare quando un esercizio è ormai solido e conosciuto, evitando di ripeterlo inutilmente. In tutti questi numerosi dettagli non esiste una sola ed unica tecnica, ma spetta al cavaliere imparare a leggere i segnali inviati dal cavallo. Spetta al cavaliere capire se ha raggiunto la soglia di attenzione o se il cavallo si è semplicemente distratto e basta richiamarlo alla concentrazione. Non tutti si prefiggono di avere un cavallo attento. Per alcuni è preferibile il cavallo meccanico, che non vuole essere coinvolto. Pensiamo ai cavalli scuola, ai cavalli da passeggiata per turisti o principianti. In tal caso il lavoro da fare con loro è l’esatto inverso di quello che abbiamo qui descritto. Sono scelte personali, mirate alla nostra visione di equitazione.

 

STANCO O DISTRATTO?
Riconoscere un cavallo mentalmente stanco da uno distratto non è sempre semplice, specialmente se non conosciamo bene l’animale o non abbiamo molta esperienza. Proviamo tuttavia a delineare alcune caratteristiche. Il cavallo stanco avrà lo sguardo spento, non mostrerà molto entusiasmo nelle richieste e ci accorgeremo che saremo costretti ad aumentare le pressioni per mantenere il ritmo di lavoro prefissato. Il cavallo distratto sarà invece discontinuo nell’esecuzione degli esercizi, talvolta brillante, talvolta svogliato. Spesso un cavallo distratto lo si recupera variando gli esercizi, senza annoiarlo eccessivamente su uno di questi, ma magari ritornandoci dopo alcune variazioni. Alcuni soggetti sono svogliati cronici ed in tal caso dobbiamo, durante il lavoro, effettuare dei veri e propri richiami all’attenzione, come se fossimo degli insegnanti con un alunno indolente. Un colpetto alla redine o un tocco di gamba possono riportare lo svogliato in concentrazione. Se durante il lavoro il cavallo ci sembra concentrato, ma sbaglia anche esercizi semplici, probabilmente siamo andati oltre la sua soglia di attenzione. Analizziamo anche l’atteggiamento del cavallo una volta finito il lavoro: se lo vediamo vivace e pieno di energie, forse in campo non era stanco, ma solo annoiato o distratto. Se invece lo vediamo godersi il meritato riposo in rilassatezza, vuol dire che siamo arrivati al giusto limite di attenzione.

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LA FERMATA DA TERRA

Nel lavoro da terra, in lunghina o in libertà, richiedere una corretta fermata è fondamentale. Come si deve procedere? Cosa si deve osservare? Perché esistono diversi modi per fermare un cavallo?

 

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La richiesta di fermata nel lavoro da terra (foto1) è uno step fondamentale nell’addestramento di un cavallo. È necessario per poter controllare e gestire i movimenti dell’animale. Non è un caso se nel metodo ATH è il secondo esercizio, subito dopo il controllo della direzione. Per alcuni addestratori è persino il primo esercizio in assoluto. Poter fermare un cavallo ci permette di gestire la sua forza e la sua volontà di fuga. È molto più semplice far muovere questi animali che fermarli, inclini più ad allontanarsi da noi, che ad avvicinarsi e restare vicini. Quindi come possiamo procedere? In prima battuta facciamo un distinguo tra lavoro con lunghina e lavoro in libertà. Sebbene l’esercizio che andremo a fare sarà quasi identico, la presenza della lunghina può giocare a nostro sfavore nella riuscita dell’esercizio, camuffando l’esatta esecuzione. Il motivo è semplice: questo strumento ci potrebbe dare un risultato rapido e comodo (tirando il cavallo a noi), ma innescherebbe diverse problematiche, che tra poco andremo a vedere.
Partiamo innanzitutto con il cavallo in movimento. Il lavoro in tondino o in un campo piccolo ci permette di circoscrivere l’area di lavoro, specialmente se lavoriamo in libertà. Dovendo procedere per livelli di pressione crescenti, il nostro primo livello sarà un passo deciso verso la spalla interna del cavallo (foto2). Il passo sarà fatto con la nostra gamba che ci permetterà di rimanere frontali al cavallo, quindi se sta girando a mano sinistra, muoveremo la gamba sinistra. In questa maniera non ci ritroveremo mai con il cavallo alle spalle: situazione potenzialmente pericolosa, in quanto perderemo il contatto visivo con lo stesso e non potremo ben gestire un’eventuale fuga. Inoltre dare le spalle ad un cavallo significa, nel suo linguaggio, chiudere la comunicazione e mettersi sulla difesa. Cosa che noi logicamente non vogliamo. Questo passo verso di lui poterà il nostro movimento ad opporsi al suo. È quasi come se volessimo metterci di fronte a lui per fermarlo. Per i cavalli particolarmente sensibili ed istintivi, questo movimento basta a fermarli o addirittura a fargli cambiare direzione. Se siamo in libertà dovremo pesare la quantità di energia che mettiamo in questo movimento, fino a trovare la formula giusta, che li ferma senza farli ripartire nella direzione opposta. La sensibilità di ogni cavallo è diversa. Sui soggetti molto sensibili, dovremmo anche fare uno o più passi indietro dopo la richiesta, perché il prolungarsi di questa tensione li porterà ad allontanarsi da noi, vanificando lo sforzo della ricerca di una fermata. Se invece il soggetto è piuttosto freddo, disinteressato o irrispettoso, dovrò continuare nei livelli di pressione. La voce seguirà la prima richiesta (il passo verso la spalla) come avviso di una nostra intenzione ad ottenere quello che vogliamo. Come voce possiamo usare il classico “Whoa” per il mondo western (detto in maniera convinta, ma non aggressiva) o il fischio, per il mondo inglese. L’importante è che sia un suono facilmente udibile e comprensibile dal cavallo, in modo che lo possa associare alla richiesta. Un domani ci servirà ricordare questo comando quando saremo in sella. Dopo l’uso della voce, procediamo con le successive pressioni. In libertà, il nostro movimento non si fermerà al primo passo, ma continuerà verso la sua spalla, fino al punto di fermata. Con alcuni soggetti dovremo arrivare a chiudere completamente lo spazio tra cavallo e parete del tondino o del campo. Attenzione che non tutti sono disposti a fermarsi solo per-ché ci piazziamo davanti a loro. Leggiamo la situazione e valutiamo. Se il soggetto è particolarmente maleducato ed irrispettoso, ci potrebbe travolgere. In tal caso aumentiamo ancora di più la pressione roteando la lunghina o colpendo il terreno con una frusta o uno stick in direzione della spalla interna, come forma di minaccia per una possibile azione verso di lui. In rari casi saremo costretti anche a colpire il cavallo che non accenna a fermarsi e mira a travolgerci. Se riesce a farlo una volta, sicuramente lo rifarà in futuro. Se stiamo invece gestendo il cavallo con una lunghina, dopo aver messo voce, non faremo ancora dei passi verso di lui, ma inizieremo a dare dei colpetti sulla capezza ad intensità crescente (foto3). L’idea è quella di creare una situazione di fastidio, tale per cui il cavallo preferisca fermarsi, piuttosto che continuare a muoversi. La sua fermata, sia in libertà che con una lunghina, gli darà il rilascio di pressione. Noi torneremo al punto di origine, dandogli alcuni secondi per pensare allo schema di richieste che abbiamo creato per lui. Ricordiamoci di rilassarci e respirare profondamente ogni volta che otteniamo un esercizio, permettendo alla nostra tensione di calare. Ricominceremo con un cambio di direzione e ripeteremo l’esercizio sull’altro lato. Non cambiamo direzione subito dopo la fermata, altrimenti la nostra non sarà più una richiesta di fermata, ma una richiesta di fermata con cambio di direzione, nella quale il cavallo non farà che continuare a cambiare mano senza però fermarsi.
Nel lavoro in libertà, dopo la fermata, ci aspettiamo che il cavallo volga lo sguardo a noi (foto4), in attesa di un nuovo comando. Se non avviene, leggiamo i suoi comportamenti. Guarda all’esterno è disinteressato? Non siamo stati sufficientemente incisivi e non abbiamo ottenuto il suo interesse. Perciò dovremo tornare a farlo girare con maggiore pressione. Tende a fuggire da noi? Probabilmente è spaventato e dobbiamo rassicurarlo: una volta fermo allontaniamoci di alcuni passi da lui, fino a quando non volge lo sguardo verso di noi. Poi diamo il nuovo comando di direzione con una pressione molto bassa. Facciamolo per un po’ di volte finchè non avrà preso confidenza con la richiesta. Appena fermo si gira all’esterno dandoci i posteriori? È in chiusura di comunicazione e in posizione difensiva. Riprendiamo immediatamente la richiesta di muovere i suoi piedi con una pressione maggiore (foto5).
Lavorando in lunghina non ci renderemo conto se il successivo cambio di direzione nella volontà del cavallo sia verso di noi o verso l’esterno, in quanto non c’è possibilità di scelta. Questo dettaglio è importante nella lettura dell’animale: in libertà il cavallo sceglie se cambiare di direzione portando la testa all’esterno o all’interno. Nel primo caso avremo un cavallo incline alla fuga dall’esercizio e in posizione di difesa, portando i posteriori verso di noi. La parte del cervello che comanda questa reazione è la parte istintiva. Nel secondo caso, invece, il cavallo si porta verso di noi, riflettendo sulle richieste e mantenendo il canale comunicativo aperto. Quindi la parte del cervello che sta lavorando è quella razionale (foto6).
Usando questi accorgimenti per la ottenere una fermata, si spinge il cavallo a trovare una soluzione ad ogni richiesta e il risultato ottenuto sarà un cavallo che ha compreso l’esercizio e lo esegue senza un’azione meccanica da parte nostra, ma solo tramite la richiesta. La differenza è evidente: da una parte un cavallo che comprende ed esegue l’esercizio, dall’altra un cavallo costretto a farlo. La scuola di equitazione di base ci ha insegnato a fermare i cavalli tirando la lunghina a noi fino a quando non si fermano. È la soluzione più immediata ed istintiva per noi. Ma i risvolti negativi, ora che abbiamo imparato questo nuovo metodo, sono piuttosto chiari: la meccanicità della richiesta porterà l’animale a non pensare e nel lungo periodo ad opporsi alla richiesta. Inoltre il punto di rilascio della pressione sarà nella direzione della tirata, ovvero verso di noi. Perciò il cavallo imparerà che quando ci viene contro, interromperà il lavoro. È evidente che questa tipologia di fermata ha grossi difetti, pur avendo la comodità di non dover esser insegnata, essendo appunto meccanica.

 

DISIMPEGNO DEL POSTERIORE
Vengono insegnati anche altri modi per fermare il cavallo. Uno di questi prevede il disimpegno del posteriore. In breve: si porta la pressione verso il posteriore del cavallo ed agendo sulla capezza lo si porta a disimpegnare i posteriori, quindi ad una fermata in direzione del cavaliere. A lungo andare non servirà più agire con la lunghina sulla capezza, ma solo mettere pressione sul posteriore. Non condivido questa metodologia, in quanto a mio avviso crea confusione nel cavallo. La zona dei posteriori è quella che usiamo normalmente per spingere in avanti il cavallo e per aumentare le andature. Se lavorassimo con un cavallo completamente sdomo, una pressione sul posteriore non farebbe che farlo fuggire da noi. Quindi trovo più logico spostare il punto di fermata sulla spalla, evitando così fraintendimenti con l’equide. Inoltre il metodo del disimpegno porta il cavallo a fermarsi sempre indirizzandosi verso il centro, cosa che non è detto che mi sia realmente utile, in una visione poi di lavoro dello stesso a sella. Infine, nel lavoro in libertà, qualora non funzionasse la prima richiesta di disimpegno del posteriore, mi troverei privo di un effettivo sistema per fermare il cavallo.

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L’AVVOCATO RISPONDE

Il periodo di addestramento è sempre pieno di dubbi, perplessità e paure per i proprietari dei cavalli. Vediamo con l’Avvocato Pierfrancesco Viti, esperto in diritto equestre, di rispondere alle domande più frequenti.

 

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Si sa che la normativa italiana non è mai completamente chiara nel mondo equestre e lo è ancora meno quando si parla di addestramento. Siamo quindi totalmente privi di regole e di tutela quando si manda un cavallo in lavoro da un addestratore? Non del tutto. Abbiamo posto alcuni dei più comuni quesiti in merito all’argomento all’Avvocato Pierfrancesco Viti, esperto in diritto equeste e co-autore del Manuale di Diritto Equestre edito da Equitare.

ATH: La paura più grossa dei proprietari che portano i loro cavalli in addestramento è la tutela dello stato psico-fisico del cavallo. Come possono tutelarsi questi soggetti a livello normativo?
Avv.: Innanzitutto v’è da precisare preliminarmente che l’eventuale responsabilità dell’addestratore può essere imputata solo per eventuali danni e/o malesseri psico-fisici subiti dal cavallo durante l’addestramento appunto. Pertanto la responsabilità dell’addestratore deriva innanzitutto dal contratto stipulato con il proprietario: quest’ultimo infatti affida il proprio cavallo affinché lo stesso possa essere addestrato in sicurezza con diligenza e professionalità del soggetto addestratore. È ovvio che laddove il cavallo subisca dei danni o lesioni durante l’addestramento per colpa di chi ha il dovere di tutelarne prima di tutto la salute, quest’ultimo ne diverrebbe responsabile contrattualmente. Non solo: oltre alla responsabilità derivante dal contratto di addestramento, l’addestratore sarà responsabile (durante il periodo di cui dispone del cavallo) anche come custode e/o reale utilizzatore del cavallo per i danni eventualmente provocati a terzi dall’animale. Detto ciò posso dire che non vi è possibilità concreta nel nostro ordinamento giuridico di calmierare la responsabilità dell’addestratore, sia come professionista, sia come custode per il periodo in cui ha in affidamento il cavallo. L’unica accortezza che l’addestratore dovrebbe avere è “fotografare” lo stato psico-fisico del cavallo al momento della presa in affidamento. In altre parole consiglio agli addestratori di disporre una visita veterinaria del cavallo all’entrata di questo in scuderia prima di iniziare l’addestramento vero e proprio, ovviamente in presenza del proprietario. Bisognerà avere l’accortezza di segnare e appuntare in una apposita scheda di ingresso lo stato psico/fisico del cavallo, eventuali difetti, infezioni, patologie, problemi e vizi visibili e/o dichiarati dal proprietario. La scheda andrà sottoscritta da entrambe le parti ed eventualmente dal veterinario che ha visitato il cavallo. In questo modo l’addestratore non potrà essere ritenuto responsabile per eventuali vizi preesistenti al momento della stipula del contratto di addestramento. Mi rendo conto che per la prassi e la praticità del mondo dei cavalli, questi adempimenti potrebbero sembrare eccessivi, ma sono le cose che possono salvare entrambe le parti in caso nascono contestazioni o controversie.

ATH: C’è un modo per valutare l’onestà o comunque la liceità di un addestratore?
Avv.: Questa è una bella domanda! Ma purtroppo la risposta è no! Mi spiego meglio. Solitamente la professionalità e la leicità di un professionista la “certifica” (se così si può dire) l’ordine professionale di appartenenza. È così per i medici, per gli avvocati, per gli ingegneri, ecc. ecc. In altre parole l’Ordine professionale (che ha rilevanza statale) e l’iscrizione del professionista al proprio ordine di appartenenza, costituisce una sorta di garanzia dell’affidabilità dello stesso, quanto meno in ordine ai titoli di studio o al superamento di appositi esami di abilitazione alla professione. Nel caso degli addestratori questo non è possibile in quanto non esiste ancora un ordine professionale di categoria. Anche i tecnici, istruttori sportivi, ecc. non hanno un ordine professionale di appartenenza (e questo è un problema che va risolto politicamente). Però, quanto meno, la garanzia della professionalità di questi ultimi viene “garantita” (se così possiamo dire) dalle Federazioni sportive che conferiscono loro una sorta di abilitazione all’insegnamento dello sport (anche se effettivamente questa abilitazione è spendibile legalmente solo nel circuito federale di riferimento). Detto questo, auspico che le Federazioni possano dare maggiore rilievo alla figura dell’addestratore, riconoscendone nei regolamenti maggiore importanza e rilevanza nell’ambito di tutto lo sport dell’equitazione, magari prevedendo corsi di formazione/aggiornamento ed esame di abilitazione.

ATH: Visto le ultime novità in tema di trasporto cavalli, l’addestratore può portare il cavallo con il suo mezzo di trasporto fino al centro di addestramento?
Avv.: Qui il discorso si complica. L’addestratore è tenuto a rispettare le norme generali in tema di trasporto cavalli. Come noto, il Ministero ha pubblicato recentemente una circolare in cui ha indicato una certa interpretazione delle norme sul tema (a mio sommesso parere in modo confusionario e non del tutto corretto sul piano tecnico/giuridico). Sta di fatto che sebbene le circolari non possono vincolare nessuno (se non i funzionari e dipendenti interni al Ministero), bisogna fare i conti con chi nel concreto poi è chiamato ad applicare (e in un primo momento ad interpretare) le norme sul trasporto cavalli: la polizia stradale e le altre forze dell’ordine abilitate a contestare eventuali violazioni. Pertanto in via del tutto esemplificativa e generale (il tema è così importante da richiedere un approfondimento a parte) l’addestratore al pari del titolare del maneggio è tenuto a rispettare la normativa prevista sul trasporto conto terzi con tanto di licenza. In alternativa sarà possibile trasportare i cavalli di proprietà di terzi solo se questi ultimi siano iscritti all’associazione sportiva di cui ne fanno parte, ovvero se questi hanno sottoscritto un contratto di comodato, noleggio o addestramento in favore di chi trasporta materialmente il cavallo munito di data di certa. In ogni caso in assenza di tutto ciò, io consiglio sempre di trasportare i cavalli su mezzi di portata inferiore a pieno carico alle 6T per via della disposizione dettata dall’art. 88 C.d.S.

ATH: L’addestratore può effettuare azioni sul cavallo, quale cederlo, farlo montare ad altri, spostarlo senza permesso del proprietario o altro?
Avv.: Di regola NO, a meno che non viene espressamente autorizzato dal proprietario (io consiglio sempre di farsi autorizzare per iscritto). In altre parole è l’oggetto del contratto di addestramento che detta la linea delle azioni consentite o meno all’addestratore. Ecco perché ritengo che un buon contratto di addestramento debba contenere anche un programma dettagliato delle attività che l’addestratore possa eseguire sul cavallo in modo da non far sorgere eventuali contestazioni in seguito da parte del proprietario.

ATH: Fino a che punto si può valutare la colpa dell’addestratore in caso di infortunio del cavallo durante l’addestramento?
Avv.: Qui si apre un mondo! Nel senso che siamo nell’ambito di una casistica assolutamente variegata che necessita una valutazione caso per caso. Il principio generale è sempre quello di trattare il percorso di addestramento e le manovre sul cavallo con perizia e professionalità, considerando che un margine di rischio che il cavallo si possa far male è insito nella natura stessa dell’addestramento. Per fare un esempio pratico: se l’addestratore prende il cavallo e lo lancia al galoppo a freddo (magari il cavallo non è ben ferrato, o peggio manca un ferro ad un solo piede), questo nell’euforia scivola e si spezza una gamba, sarà difficile dimostrare che l’addestratore si è comportato con professionalità e prudenza nel caso specifico. Al contrario se il cavallo durante l’addestramento per ragioni del tutto estranee all’addestratore si spaventa per un colpo di fucile sparato da un cacciatore nelle vicinanze e a causa di questo scappa e si fa male, la situazione sarebbe del tutto ribaltata a favore dell’addestratore.

ATH: Nel caso di eventi veterinari rilevanti, come per esempio una colica, l’addestratore può intervenire personalmente sul cavallo con azioni di primo intervento?
Avv.: Sì, in caso di estrema urgenza e al fine di salvare la vita del cavallo certamente; salvo poi richiedere l’immediato intervento di un veterinario.

ATH: Nel caso di decesso dell’animale, la colpa è sempre dell’addestratore che ha in custodia lo stesso?
Avv.: Anche qui dipende dalle cause della morte dell’animale. È una valutazione che può essere fatta solo ex post e non ex ante!

ATH: In caso di inadempienza dei doveri dell’addestratore, come ci si può comportare?
Avv.: Bisogna contestare per iscritto – mediante posta tracciabile quindi raccomandata a/r o pec – le
inadempienze che si ritengono addebitabili all’addestratore. Successivamente decidere di risolvere il contratto (riservandosi di richiedere eventuale risarcimento del danno) ovvero sollecitare il corretto adempimento degli obblighi contrattuali (anche qui riservandosi ulteriori azioni risarcitorie in caso il mancato o non corretto adempimento abbia causato un danno all’animale).

ATH: L’addestratore può chiedere un rimborso al proprietario in caso di danno causato dal cavallo?
Avv.: Ovviamente nel caso in cui il cavallo abbia causato dei danni indipendentemente dal percorso di addestramento (si pensi ad un cavallo che scalcia in continuazione causando danni al box), certamente si, anche se è bene prevedere un’apposita clausola contrattuale in merito. Diverso e pur controverso è il caso in cui il cavallo causi danni a terzi durante il periodo in cui esso rimane in custodia presso l’addestratore. In questo caso si potrebbe verificare l’ipotesi di corresponsabilità tra addestratore/custode e proprietario anche in relazione al concreto verificarsi dell’evento.

ATH: L’addestratore mi può imporre i propri collaboratori, come per esempio maniscalco, veterinario e via dicendo?
Avv.: Di regola non potrebbe, a meno che tale clausola non sia prevista da contratto o vi sia una speciale esigenza o un’emergenza specifica tale da far preferire i collaboratori dell’addestratore, piuttosto che i fiduciari del proprietario.

 

AVVOCATO PIERFRANCESCO VITI

Pierfrancesco Viti
Pierfrancesco Viti

È il primo avvocato in Italia esperto in “Equine Law” (Diritto Equestre), trattando specificatamente in materia di responsabilità legate al mondo dei cavalli e dell’equitazione, nonché di contrattualistica di settore (pensionamento, custodia e vendita cavalli, trasporto, rapporti tra enti e soggetti interessati, ecc.).
Autore del primo “Manuale di diritto equestre” pubblicato in Italia (Equitare editore).

Studio Legale Viti
Tel. 0809905697
Mail: info@studioviti.it
www.studioviti.it

 

 

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GIRARE IL CAVALLO ALLA CORDA

Perché girare il cavallo alla corda? A cosa serve? C’è una maniera corretta per farlo? E con quali strumenti?

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Spesso il lavoro alla corda viene trascurato e snobbato, tanto nella monta inglese, quanto nella monta americana. Per molti è una perdita di tempo, mentre per altri non salire subito in sella è da codardi. Dei pochi che lo fanno, la maggior parte non lo fa con cognizione. Se invece i cavalieri imparassero ad eseguire questo esercizio in maniera corretta, i benefici che ne trarrebbero sarebbero numerosi e imparerebbero molte cose sul loro compagno di lavoro a quattro gambe.
Iniziare una sessione di lavoro girando il cavallo in corda, permette a noi di valutare lo stato di salute ed emotivo del cavallo: uno sguardo ai movimenti dell’animale ci consentirebbe di notare zoppie o anomalie nelle andature, mentre il suo atteggiamento ci indicherebbe se necessita di scaricare le energie in eccesso o se fosse apatico e pigro (foto1). Molti cavalli non hanno la possibilità di essere lavorati tutti i giorni, quindi l’esercizio alla corda permette loro di sgranchirsi con qualche sgroppata o rallegrata (foto2). Non puniamoli per questo (a meno che non sia un atteggiamento aggressivo nei nostri confronti), ma diamo loro un momento per poter sfogare l’euforia e scegliere come farlo, perché poi pretenderemo concentrazione ed impegno durante il lavoro. Il fatto che un cavallo passi le giornate a paddock, non vuol dire che possiamo ignorare questo esercizio, perchè difficilmente da solo sceglierà di sprecare energie correndo.
Se in questa fase di lavoro studiamo ed osserviamo il nostro cavallo, anche lui nel frattempo studierà noi: i nostri movimenti ed i nostri atteggiamenti gli comunicano se siamo degli abili leader o se abbiamo paura, se siamo rilassati o nervosi, se siamo sicuri o insicuri. Convincere il cavallo delle nostre abilità in qualità di capo branco, migliorerà anche il rapporto che avremo poi in sella. Non convincerlo invece vuol dire aprire la strada ad uno scontro o a molteplici rifiuti sul lavoro. Ogni nostro movimento, ogni atteggiamento ed ogni nostra posizione comunica qualcosa e nulla passa inosservato. Non pensiamo di poter ingannare il nostro cavallo, perché la comunicazione corporea non mente mai.
Qual è dunque il procedi-mento corretto? Innanzitutto ricordiamo che per i cavalli è estremamente importante capire chi sposta e chi viene spostato per cui iniziamo con il primo step del metodo ATH, il “controllo di base”. Se per convincere il nostro equide a girare, siamo costretti a muoverci e a cambiare di posizione, abbiamo già dato un segnale di debolezza e di dipendenza da lui. Questi sono particolari che al cavallo non sfuggono e dei quali farà tesoro, per metterci in difficoltà. Quindi controlliamo la nostra posizione e dimostriamogli di saper gestire la situazione. Quando siamo coscienti e consapevoli della nostra posizione, riusciremo a controllare al meglio i movimenti del cavallo. Cerchiamo di spingerlo nella direzione richiesta e non di tirarlo , così da ottenerne la collaborazione e non lo scontro. Nel mondo naturale del cavallo non esiste il concetto di “tirare”: i cavalli tra loro si spingono, non si tirano. Lavoriamo con pressioni crescenti (indichiamo con un braccio la direzione, diamo voce, roteiamo la lunghina e, come ultima risorsa, andiamo a colpire in direzione della groppa con intensità crescente, sempre avendo cura di avere il contatto con il naso per evitare una reazione di riflesso da parte del cavallo con un calcio in nostra direzione) e ricordiamoci di rilasciare la pressione non appena otteniamo anche un solo minimo risultato (foto3). Il cavallo impara dal rilascio di pressione, non dalla pressione stessa. La pressione sarà applicata sulla parte del cavallo che si dovrà muovere per prima: se il cavallo è di fronte, dovrò applicare pressione sulla spalla opposta alla direzione richiesta. Se invece il cavallo mi presenta il fianco, la pressione sarà verso il posteriore se è già nella mano corretta, oppure davanti al suo naso se è girato dalla parte opposta. Non permettiamogli di tirare sulla capezza, ma facciamo in modo che mantenga il circolo senza tentare di buttarsi all’interno o trascinarci all’esterno. Se dovesse tirare, applichiamo piccole pressioni ritmiche verso di noi, per rendere il contatto con la capezza fastidioso, fino a quando non smetterà spingere verso l’esterno (foto4). Nel tiro alla fune con un animale di 500 e più kg siamo destinati a perdere. Correggiamo il naso, in modo che rimanga verso il centro del cerchio, concentrato sul lavoro (foto5). Se invece si butta all’interno, avvicinandosi a noi, aumentiamo la pressione fino a quando non ritorna alla distanza adeguata. Spesso sono inconsapevoli passi indietro del cavaliere a portare il cavallo a chiudere il cerchio. In tal caso, il nostro corpo sta comunicando paura. Un atteggiamento che non sfuggirà all’animale e della quale ne trarrà vantaggio per prendere controllo dell’esercizio volgendolo a suo favore. All’inizio non pretendiamo di scegliere l’andatura, ma lasciamo che scelga la più adatta al suo stato d’animo. Con il tempo imparerà a risparmiare le energie e a non partire a tutta velocità. Ricordiamo che i cavalli sono animali schematici e se pretendiamo che ogni volta che vengono girati alla corda vadano al galoppo, questo schema verrà ripetuto, non permettendoci di interpretare le andature come uno stato d’animo.
I cambi di direzione sono spesso i momenti più critici di questo lavoro. Non fermiamo il cavallo prima di cambiar di mano, ma semplicemente ricreiamo lo schema comunicativo (braccio, voce, pressione) (foto6). Questo porterà il cavallo a mantenere la concentrazione su di noi durante tutto lo svolgimento dell’esercizio, in quanto di tanto in tanto e senza preavviso potremmo chiedere un cambio di direzione. Cerchiamo di mantenere pressione fino a raggiungimento dell’obiettivo. Probabilmente avremo bisogno di utilizzare una staccionata o una parete per convincerlo a cambiare o creando una situazione di fastidio con dei ripetuti colpetti sulla capezza (foto7). Sta alla nostra intelligenza creare una situazione tale per cui il cavallo si trovi a scegliere di voler cambiar direzione come da noi richiesto. Non arrendiamoci nella richiesta, altrimenti gli insegneremo che a lui basterà aspettare il nostro sconforto per liberarsi della pressione.
Visto che pretendiamo attenzione da parte del cavallo, anche la nostra attenzione su di lui dovrà essere alta e costante. Perciò non diamogli mai le spalle durante l’esercizio, ma seguiamolo mentre gira, dimostrandogli il nostro impegno nei suoi confronti. Anche per la nostra sicurezza, teniamo sempre gli occhi sul cavallo.
In caso di comportamenti scorretti, come calci verso il cavaliere o impennate, aumentiamo la pressione per incrementare l’intensità di lavoro. Facciamogli capire che un comportamento scorretto e irrispettoso non farà che rendere più difficile l’esercizio (foto8). Se una reazione negativa ci costringe ad indietreggiare per la nostra sicurezza ed incolumità, lo possiamo fare, ma poi dovremmo riprendere immediatamente controllo della direzione, applicando pressione. Se non lo facessimo, il cavallo ripeterà il comportamento negativo alla prossima occasione e stavolta in maniera più decisa.
Nel caso invece in cui il cavallo cercasse di trascinarci con lui, valutiamo se abbiamo esagerato con le pressioni (avendo ottenuto una fuga) o se dobbiamo seguirlo (a causa di un rifiuto), mantenendo la pressione fino a quando non prenderà la direzione richiesta (foto9). Se in-vece il cavallo inizia ad incassare le pressioni senza muoversi, aumentiamo gradatamente l’intensità fino ad ottenere anche un solo singolo passo, per poi ripartire dalle pressioni minime (braccio nella direzione e voce). Diversi cavalli prima di accettare di essere gestiti nelle direzioni presenteranno una gamma di difese e resistenze in base alla loro esperienza. Non dobbiamo far altro che dimostrargli l’inefficacia di ciascuno di questi blocchi. Solo ad esaurimento delle possibilità il cavallo accetterà di modificare il suo comportamento. Alcuni casi di conflitto in questo esercizio possono essere diventati ormai cronici ed in tal caso rivolgersi ad un professionista è la cosa migliore, prima di far sì che il problema si radicalizzi o prima che cavallo o cavaliere si facciano del male. Alcuni cavalli diventano così sicuri dei loro atteggiamenti contro il cavaliere da risultare estremamente pericolosi. Ricercano uno scontro fisico, terreno nel quale risulteremo sempre e comunque sconfitti. L’unico ambito nel quale possiamo vincere è nel piano dell’intelligenza ed è lì che cercheremo di portare il lavoro.
Per quanto tempo dobbiamo ripetere questo esercizio? La risposta è: dipende. Dobbiamo imparare a osservare il nostro cavallo e capire quando si sente rilassato, in attenzione e disponibile al lavoro. Gli atteggiamenti corporei ci comunicano queste informazioni: la posizione delle orecchie, l’incollatura, le contrazioni muscolari e le andature. Quando il cavallo è tranquillo, con incollatura abbassata, orecchio interno in attenzione, al passo o trotto rilassato e non cerca alcuno scontro, allora è il momento di concludere l’esercizio e passare ai successivi o salire in sella.
Per quanto riguarda l’attrezzatura da utilizzare, per un primo periodo consiglio di utilizzare una capezza d’addestramento in corda, come la capezza ATH, prima di tornare alla capezza classica. Sconsiglio le comuni longe piatte, scomode, poco efficaci e a mio avviso anche pericolose. Una lunghina d’addestramento, come la lunghina 4 mt ATH, è di maggiore efficacia e per-mette di aver e un maggior controllo del lavoro. La frusta o lo stick possono essere strumenti per aumentare i livelli di pressione, ma non bisogna abusarne. Non sono una scorciatoia per ottenere risultati in tempi più brevi. Vanno quindi utilizzati con cognizione e dosati quanto più possibile.
Chiedere ad un professionista aiutarci ad imparare o a migliorare il lavoro in corda ci permetterà di migliorare il rispetto del nostro cavallo, di averne più controllo e di migliorare il rapporto con lui. Semplicemente girandolo in corda.

 

LA FRUSTA
Nell’immaginario comune il lavoro in corda è associato all’uso della frusta o di uno stick. Per alcuni cavalli è diventato ormai uno strumento necessario, senza il quale non sono in grado di muovere un passo. Questo accade perché abbiamo portato il cavallo a intuire i nostri limiti senza questi strumenti oppure perchè nella comunicazione utilizzata non abbiamo saputo gestire i livelli di pressione. Se ci troviamo tuttavia nella situazione di dover usare una frusta o uno stick o strumenti simili, non dimentichiamo di agire sempre per livelli di pressione. Quindi la prima richiesta sarà sempre il braccio nella direzione, poi la voce, poi porteremo lo strumento dalla posizione neutrale dietro di noi al nostro fianco, lo alzeremo, colpiremo il terreno a circa 2 metri dietro il posteriore, poi a un metro, poi a mezzo metro e solo dopo queste minacce inizieremo a toccare il cavallo con pressione crescente, fino ad avere anche un solo minimo risultato. Appena ottenuto, ricominceremo dall’inizio. Solo in questo modo otterremo di non desensibilizzare il cavallo allo strumento.

 

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PRENDERE IL CAVALLO A PADDOCK

Alcuni cavalli non amano esser presi quando sono il relax al pascolo. Per molti cavalieri diventa un’impresa che porta via molto tempo al lavoro in sella. Vediamo come procedere.

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Partiamo dal presupposto che il cavallo è una preda con un’enorme sensibilità e che reagisce alle pressioni. Per cui, tanto più faremo pressione per prenderlo, tanto più lui scapperà. Ma per prenderlo dobbiamo avvicinarci. E per avvicinarci gli mettiamo pressione. Come uscire da questa impasse? La soluzione concettualmente è semplicissima: facciamo in modo che sia lui a prenderci. A parole sembra facile, ma nel concreto come ci dobbiamo comportare? Innanzitutto serve tempo e pazienza. Non cerchiamo di fare questo lavoro quando siamo di corsa o quando siamo in uno stato d’animo nervoso. La fretta non porta a nulla con i cavalli e sicuramente ben sapete che gli stati d’animo sono percepiti da tutti gli animali. Quindi, armati di tranquillità e pazienza, entriamo nel paddock (che non sia troppo grande. In caso contrario faremo in modo di instradarlo in un pascolo più piccolo o in un ambiente delimitato in maniera sicura) dove placidamente pascola il nostro amico. Dopo essere entrati e aver chiuso il cancello o la fettuccia, restiamo un attimo a guardare le sue reazioni/risposte. Se alza la testa per osservarci, abbiamo la sua attenzione ed è già un buon punto. Se non lo fa, camminiamo, sempre con calma, diritti verso di lui (foto1), fino a quando volgerà lo sguardo verso di noi (foto2). A quel punto ci fermeremo. Se il cavallo rimane immobile fissandoci, distogliamo lo sguardo dai suoi occhi, guardiamo a terra, tenendolo sotto controllo con la coda dell’occhio. Lo sguardo è una pressione! Dopo di che procederemo verso di lui facendo un percorso a zig-zag molto ampio, per non dargli l’idea di esser diretti verso di lui. Ad ogni cambio di direzione, giriamo dando la schiena al cavallo, quasi come se volessimo andare via. Se notiamo segni di nervosismo, rallentiamo il passo o allontaniamoci leggermente. Se invece il cavallo comincia a muoversi o a scappare, riprendiamo a fissarlo e camminiamo dritti verso di lui, fino a quando non si fermerà di nuovo. Solo allora toglieremo la pressione abbassando lo sguardo e smettendo di camminare in sua direzione. Dovrà arrivare a capire che se lui scappa, noi gli mettiamo pressione, mentre se lui resta immobile, lo premieremo togliendo la pressione. A questo punto ripartiamo con il nostro zig-zag, sempre molto lento ed ampio. Il nostro punto di arrivo è vicino alla spalla sinistra del cavallo, di fianco al muso. Se il cavallo, quando ci avviciniamo si gira di posteriori, facciamolo galoppare via, mettendogli improvvisa pressione con voce e movimenti delle braccia. In quel momento è sulla difensiva e potenzialmente pronto a calciare, quindi non una situazione di sicurezza per poterlo prendere. Valutiamo sempre di essere in una posizione esente da pericoli. Dopo vari tentativi siamo arrivati vicini al muso del cavallo (foto3). È il momento di mettergli la capezza che abbiamo sempre tenuto in mano fino ad ora? Assolutamente no! Se lo facessimo, il cavallo riceverebbe una nuova dose di pressione che ci farebbe ripartire da capo. Proviamo ad accarezzarlo sulla spalla (foto4) e poi gli diamo le spalle e facciamo qualche passo per allontanarci. Sempre con la coda dell’occhio controlliamo i suoi atteggiamenti. Ci segue? Ottimo, abbiamo ottenuto quello che volevamo. Aspettiamo che ci raggiunga e poi riprendiamo a camminare, sempre senza voltarci e senza fissarlo. Una volta che ci ha raggiunto tre o quattro volte, con delicatezza andiamo più vicini al suo collo e con movimenti lenti, passiamo la lunghina da sotto il collo, in modo da avere un anello di controllo mentre infiliamo la capezza. È stato lui a “catturarci”. Se invece il cavallo, dopo esserci avvicinati, purtroppo ci ignora, dobbiamo girarci e fissandolo negli occhi, mandarlo via, mettendogli pressione (battendo le mani, facendo roteare la lunghina, facendo la rana). In questo modo riotterremo la sua concentrazione, anche se dovremo ricominciare tutto dall’inizio fino ad ottenere una costante attenzione. Una volta incapezzato il cavallo, non portiamolo subito in box o in lavoro, ma facciamolo pascolare o spazzoliamolo per un po’, in modo da associare l’uscita dal paddock ad una situazione piacevole. Ricordiamo che tanto più il cavallo si è abituato a scappare da noi, tanto più tempo ci vorrà per riabituarlo. La prima volta potrebbe volerci un’ora, ma il giorno successivo ci vorranno solo quaranta minuti e quello dopo venti, fino a quando il cavallo capirà che non c’è nulla di male ad essere presi e con ogni probabilità sarà lui a venirci incontro all’entrata del pascolo. Per la maggior parte dei cavalli questo sistema funziona. Una volta in campo poi, applichiamo il #metodoATH per rinforzare il legame ed il rispetto del cavallo, così da migliorare i risultati. Rimangono esclusi da questa soluzione i cavalli con traumi, per i quali conviene rivolgersi ad un professionista, per la propria incolumità in primis e per evitare di peggiorare la situazione. Ed ora, armiamoci di lunghina, capezza e pazienza e avviamoci verso il paddock.

CIBO SI – CIBO NO
L’utilizzo del cibo come metodo per convincere il cavallo ad esser preso può portare a risultati immediati, ma non duraturi. Anzi, inneschiamo in questa maniera un processo tale per cui il cavallo potrebbe aggredirci una volta in paddock per arrivare quanto prima al su premio. I soggetti più scaltri potrebbero non farsi mettere la capezza fino a quando non diamo loro la ricompensa e subito dopo scapperanno via. Ricordiamo che il cavallo non percepisce il senso di gratitudine per il cibo che gli diamo.

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20 SETTEMBRE 2020 – LONGHORN RANCH – SANT’ANGELO LODIGIANO (LO)

Una giornata al Longhorn Ranch per applicare il metodo ATH sul proprio cavallo ed imparare a prendere il controllo dei suoi movimenti da terra. Non ci sono vincoli di tipologia di monta (americana, inglese, spagnola…) nè di esperienza del cavallo e del cavaliere.

Programma indicativo:

  • Mattino: teoria e lavoro da terra. Comprendiamo i comportamenti dei cavalli nei confronti del cavaliere e impariamo a costruire il rapporto con il cavallo.
  • Pomeriggio: teoria e lavoro da terra. Comprendiamo il concetto di razionalizzazione, il rispetto della capezza, di spazio personale ed iniziamo a controllare le parti del cavallo.

Orari:

Mattina ore 08:30 – Pausa 12:00

Pomeriggio ore 13:30 – 18:30

Costi:

  • Partecipanti: € 100,00
  • Auditore: gratis
  • Affitto cavallo scuola: non disponibili
  • Affitto box: € 10,00
  • Pranzo nel centro: € 
  • Copertura assicurativa giornaliera: € 2,00

In caso di maltempo il corso sarà posticipato.

E’ gradita una conferma di partecipazione.

Posti illimitati per auditori.

Si consiglia ai cavalieri di portare con sè una capezza e una lunghina d’addestramento.

Saranno disponibili capezze e lunghine ATH da affittare a € 5,00 per la giornata.

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