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L’AVVOCATO RISPONDE

Il periodo di addestramento è sempre pieno di dubbi, perplessità e paure per i proprietari dei cavalli. Vediamo con l’Avvocato Pierfrancesco Viti, esperto in diritto equestre, di rispondere alle domande più frequenti.

 

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Si sa che la normativa italiana non è mai completamente chiara nel mondo equestre e lo è ancora meno quando si parla di addestramento. Siamo quindi totalmente privi di regole e di tutela quando si manda un cavallo in lavoro da un addestratore? Non del tutto. Abbiamo posto alcuni dei più comuni quesiti in merito all’argomento all’Avvocato Pierfrancesco Viti, esperto in diritto equeste e co-autore del Manuale di Diritto Equestre edito da Equitare.

ATH: La paura più grossa dei proprietari che portano i loro cavalli in addestramento è la tutela dello stato psico-fisico del cavallo. Come possono tutelarsi questi soggetti a livello normativo?
Avv.: Innanzitutto v’è da precisare preliminarmente che l’eventuale responsabilità dell’addestratore può essere imputata solo per eventuali danni e/o malesseri psico-fisici subiti dal cavallo durante l’addestramento appunto. Pertanto la responsabilità dell’addestratore deriva innanzitutto dal contratto stipulato con il proprietario: quest’ultimo infatti affida il proprio cavallo affinché lo stesso possa essere addestrato in sicurezza con diligenza e professionalità del soggetto addestratore. È ovvio che laddove il cavallo subisca dei danni o lesioni durante l’addestramento per colpa di chi ha il dovere di tutelarne prima di tutto la salute, quest’ultimo ne diverrebbe responsabile contrattualmente. Non solo: oltre alla responsabilità derivante dal contratto di addestramento, l’addestratore sarà responsabile (durante il periodo di cui dispone del cavallo) anche come custode e/o reale utilizzatore del cavallo per i danni eventualmente provocati a terzi dall’animale. Detto ciò posso dire che non vi è possibilità concreta nel nostro ordinamento giuridico di calmierare la responsabilità dell’addestratore, sia come professionista, sia come custode per il periodo in cui ha in affidamento il cavallo. L’unica accortezza che l’addestratore dovrebbe avere è “fotografare” lo stato psico-fisico del cavallo al momento della presa in affidamento. In altre parole consiglio agli addestratori di disporre una visita veterinaria del cavallo all’entrata di questo in scuderia prima di iniziare l’addestramento vero e proprio, ovviamente in presenza del proprietario. Bisognerà avere l’accortezza di segnare e appuntare in una apposita scheda di ingresso lo stato psico/fisico del cavallo, eventuali difetti, infezioni, patologie, problemi e vizi visibili e/o dichiarati dal proprietario. La scheda andrà sottoscritta da entrambe le parti ed eventualmente dal veterinario che ha visitato il cavallo. In questo modo l’addestratore non potrà essere ritenuto responsabile per eventuali vizi preesistenti al momento della stipula del contratto di addestramento. Mi rendo conto che per la prassi e la praticità del mondo dei cavalli, questi adempimenti potrebbero sembrare eccessivi, ma sono le cose che possono salvare entrambe le parti in caso nascono contestazioni o controversie.

ATH: C’è un modo per valutare l’onestà o comunque la liceità di un addestratore?
Avv.: Questa è una bella domanda! Ma purtroppo la risposta è no! Mi spiego meglio. Solitamente la professionalità e la leicità di un professionista la “certifica” (se così si può dire) l’ordine professionale di appartenenza. È così per i medici, per gli avvocati, per gli ingegneri, ecc. ecc. In altre parole l’Ordine professionale (che ha rilevanza statale) e l’iscrizione del professionista al proprio ordine di appartenenza, costituisce una sorta di garanzia dell’affidabilità dello stesso, quanto meno in ordine ai titoli di studio o al superamento di appositi esami di abilitazione alla professione. Nel caso degli addestratori questo non è possibile in quanto non esiste ancora un ordine professionale di categoria. Anche i tecnici, istruttori sportivi, ecc. non hanno un ordine professionale di appartenenza (e questo è un problema che va risolto politicamente). Però, quanto meno, la garanzia della professionalità di questi ultimi viene “garantita” (se così possiamo dire) dalle Federazioni sportive che conferiscono loro una sorta di abilitazione all’insegnamento dello sport (anche se effettivamente questa abilitazione è spendibile legalmente solo nel circuito federale di riferimento). Detto questo, auspico che le Federazioni possano dare maggiore rilievo alla figura dell’addestratore, riconoscendone nei regolamenti maggiore importanza e rilevanza nell’ambito di tutto lo sport dell’equitazione, magari prevedendo corsi di formazione/aggiornamento ed esame di abilitazione.

ATH: Visto le ultime novità in tema di trasporto cavalli, l’addestratore può portare il cavallo con il suo mezzo di trasporto fino al centro di addestramento?
Avv.: Qui il discorso si complica. L’addestratore è tenuto a rispettare le norme generali in tema di trasporto cavalli. Come noto, il Ministero ha pubblicato recentemente una circolare in cui ha indicato una certa interpretazione delle norme sul tema (a mio sommesso parere in modo confusionario e non del tutto corretto sul piano tecnico/giuridico). Sta di fatto che sebbene le circolari non possono vincolare nessuno (se non i funzionari e dipendenti interni al Ministero), bisogna fare i conti con chi nel concreto poi è chiamato ad applicare (e in un primo momento ad interpretare) le norme sul trasporto cavalli: la polizia stradale e le altre forze dell’ordine abilitate a contestare eventuali violazioni. Pertanto in via del tutto esemplificativa e generale (il tema è così importante da richiedere un approfondimento a parte) l’addestratore al pari del titolare del maneggio è tenuto a rispettare la normativa prevista sul trasporto conto terzi con tanto di licenza. In alternativa sarà possibile trasportare i cavalli di proprietà di terzi solo se questi ultimi siano iscritti all’associazione sportiva di cui ne fanno parte, ovvero se questi hanno sottoscritto un contratto di comodato, noleggio o addestramento in favore di chi trasporta materialmente il cavallo munito di data di certa. In ogni caso in assenza di tutto ciò, io consiglio sempre di trasportare i cavalli su mezzi di portata inferiore a pieno carico alle 6T per via della disposizione dettata dall’art. 88 C.d.S.

ATH: L’addestratore può effettuare azioni sul cavallo, quale cederlo, farlo montare ad altri, spostarlo senza permesso del proprietario o altro?
Avv.: Di regola NO, a meno che non viene espressamente autorizzato dal proprietario (io consiglio sempre di farsi autorizzare per iscritto). In altre parole è l’oggetto del contratto di addestramento che detta la linea delle azioni consentite o meno all’addestratore. Ecco perché ritengo che un buon contratto di addestramento debba contenere anche un programma dettagliato delle attività che l’addestratore possa eseguire sul cavallo in modo da non far sorgere eventuali contestazioni in seguito da parte del proprietario.

ATH: Fino a che punto si può valutare la colpa dell’addestratore in caso di infortunio del cavallo durante l’addestramento?
Avv.: Qui si apre un mondo! Nel senso che siamo nell’ambito di una casistica assolutamente variegata che necessita una valutazione caso per caso. Il principio generale è sempre quello di trattare il percorso di addestramento e le manovre sul cavallo con perizia e professionalità, considerando che un margine di rischio che il cavallo si possa far male è insito nella natura stessa dell’addestramento. Per fare un esempio pratico: se l’addestratore prende il cavallo e lo lancia al galoppo a freddo (magari il cavallo non è ben ferrato, o peggio manca un ferro ad un solo piede), questo nell’euforia scivola e si spezza una gamba, sarà difficile dimostrare che l’addestratore si è comportato con professionalità e prudenza nel caso specifico. Al contrario se il cavallo durante l’addestramento per ragioni del tutto estranee all’addestratore si spaventa per un colpo di fucile sparato da un cacciatore nelle vicinanze e a causa di questo scappa e si fa male, la situazione sarebbe del tutto ribaltata a favore dell’addestratore.

ATH: Nel caso di eventi veterinari rilevanti, come per esempio una colica, l’addestratore può intervenire personalmente sul cavallo con azioni di primo intervento?
Avv.: Sì, in caso di estrema urgenza e al fine di salvare la vita del cavallo certamente; salvo poi richiedere l’immediato intervento di un veterinario.

ATH: Nel caso di decesso dell’animale, la colpa è sempre dell’addestratore che ha in custodia lo stesso?
Avv.: Anche qui dipende dalle cause della morte dell’animale. È una valutazione che può essere fatta solo ex post e non ex ante!

ATH: In caso di inadempienza dei doveri dell’addestratore, come ci si può comportare?
Avv.: Bisogna contestare per iscritto – mediante posta tracciabile quindi raccomandata a/r o pec – le
inadempienze che si ritengono addebitabili all’addestratore. Successivamente decidere di risolvere il contratto (riservandosi di richiedere eventuale risarcimento del danno) ovvero sollecitare il corretto adempimento degli obblighi contrattuali (anche qui riservandosi ulteriori azioni risarcitorie in caso il mancato o non corretto adempimento abbia causato un danno all’animale).

ATH: L’addestratore può chiedere un rimborso al proprietario in caso di danno causato dal cavallo?
Avv.: Ovviamente nel caso in cui il cavallo abbia causato dei danni indipendentemente dal percorso di addestramento (si pensi ad un cavallo che scalcia in continuazione causando danni al box), certamente si, anche se è bene prevedere un’apposita clausola contrattuale in merito. Diverso e pur controverso è il caso in cui il cavallo causi danni a terzi durante il periodo in cui esso rimane in custodia presso l’addestratore. In questo caso si potrebbe verificare l’ipotesi di corresponsabilità tra addestratore/custode e proprietario anche in relazione al concreto verificarsi dell’evento.

ATH: L’addestratore mi può imporre i propri collaboratori, come per esempio maniscalco, veterinario e via dicendo?
Avv.: Di regola non potrebbe, a meno che tale clausola non sia prevista da contratto o vi sia una speciale esigenza o un’emergenza specifica tale da far preferire i collaboratori dell’addestratore, piuttosto che i fiduciari del proprietario.

 

AVVOCATO PIERFRANCESCO VITI
È il primo avvocato in Italia esperto in “Equine Law” (Diritto Equestre), trattando specificatamente in materia di responsabilità legate al mondo dei cavalli e dell’equitazione, nonché di contrattualistica di settore (pensionamento, custodia e vendita cavalli, trasporto, rapporti tra enti e soggetti interessati, ecc.).
Autore del primo “Manuale di diritto equestre” pubblicato in Italia (Equitare editore).

Pierfrancesco Viti
Pierfrancesco Viti

Studio Legale Viti
Tel. 0809905697
Mail: info@studioviti.it
www.studioviti.it

 

 

 

 

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GIRARE IL CAVALLO ALLA CORDA

Perché girare il cavallo alla corda? A cosa serve? C’è una maniera corretta per farlo? E con quali strumenti?

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Spesso il lavoro alla corda viene trascurato e snobbato, tanto nella monta inglese, quanto nella monta americana. Per molti è una perdita di tempo, mentre per altri non salire subito in sella è da codardi. Dei pochi che lo fanno, la maggior parte non lo fa con cognizione. Se invece i cavalieri imparassero ad eseguire questo esercizio in maniera corretta, i benefici che ne trarrebbero sarebbero numerosi e imparerebbero molte cose sul loro compagno di lavoro a quattro gambe.
Iniziare una sessione di lavoro girando il cavallo in corda, permette a noi di valutare lo stato di salute ed emotivo del cavallo: uno sguardo ai movimenti dell’animale ci consentirebbe di notare zoppie o anomalie nelle andature, mentre il suo atteggiamento ci indicherebbe se necessita di scaricare le energie in eccesso o se fosse apatico e pigro (foto1). Molti cavalli non hanno la possibilità di essere lavorati tutti i giorni, quindi l’esercizio alla corda permette loro di sgranchirsi con qualche sgroppata o rallegrata (foto2). Non puniamoli per questo (a meno che non sia un atteggiamento aggressivo nei nostri confronti), ma diamo loro un momento per poter sfogare l’euforia e scegliere come farlo, perché poi pretenderemo concentrazione ed impegno durante il lavoro. Il fatto che un cavallo passi le giornate a paddock, non vuol dire che possiamo ignorare questo esercizio, perchè difficilmente da solo sceglierà di sprecare energie correndo.
Se in questa fase di lavoro studiamo ed osserviamo il nostro cavallo, anche lui nel frattempo studierà noi: i nostri movimenti ed i nostri atteggiamenti gli comunicano se siamo degli abili leader o se abbiamo paura, se siamo rilassati o nervosi, se siamo sicuri o insicuri. Convincere il cavallo delle nostre abilità in qualità di capo branco, migliorerà anche il rapporto che avremo poi in sella. Non convincerlo invece vuol dire aprire la strada ad uno scontro o a molteplici rifiuti sul lavoro. Ogni nostro movimento, ogni atteggiamento ed ogni nostra posizione comunica qualcosa e nulla passa inosservato. Non pensiamo di poter ingannare il nostro cavallo, perché la comunicazione corporea non mente mai.
Qual è dunque il procedi-mento corretto? Innanzitutto ricordiamo che per i cavalli è estremamente importante capire chi sposta e chi viene spostato per cui iniziamo con il primo step del metodo ATH, il “controllo di base”. Se per convincere il nostro equide a girare, siamo costretti a muoverci e a cambiare di posizione, abbiamo già dato un segnale di debolezza e di dipendenza da lui. Questi sono particolari che al cavallo non sfuggono e dei quali farà tesoro, per metterci in difficoltà. Quindi controlliamo la nostra posizione e dimostriamogli di saper gestire la situazione. Quando siamo coscienti e consapevoli della nostra posizione, riusciremo a controllare al meglio i movimenti del cavallo. Cerchiamo di spingerlo nella direzione richiesta e non di tirarlo , così da ottenerne la collaborazione e non lo scontro. Nel mondo naturale del cavallo non esiste il concetto di “tirare”: i cavalli tra loro si spingono, non si tirano. Lavoriamo con pressioni crescenti (indichiamo con un braccio la direzione, diamo voce, roteiamo la lunghina e, come ultima risorsa, andiamo a colpire in direzione della groppa con intensità crescente, sempre avendo cura di avere il contatto con il naso per evitare una reazione di riflesso da parte del cavallo con un calcio in nostra direzione) e ricordiamoci di rilasciare la pressione non appena otteniamo anche un solo minimo risultato (foto3). Il cavallo impara dal rilascio di pressione, non dalla pressione stessa. La pressione sarà applicata sulla parte del cavallo che si dovrà muovere per prima: se il cavallo è di fronte, dovrò applicare pressione sulla spalla opposta alla direzione richiesta. Se invece il cavallo mi presenta il fianco, la pressione sarà verso il posteriore se è già nella mano corretta, oppure davanti al suo naso se è girato dalla parte opposta. Non permettiamogli di tirare sulla capezza, ma facciamo in modo che mantenga il circolo senza tentare di buttarsi all’interno o trascinarci all’esterno. Se dovesse tirare, applichiamo piccole pressioni ritmiche verso di noi, per rendere il contatto con la capezza fastidioso, fino a quando non smetterà spingere verso l’esterno (foto4). Nel tiro alla fune con un animale di 500 e più kg siamo destinati a perdere. Correggiamo il naso, in modo che rimanga verso il centro del cerchio, concentrato sul lavoro (foto5). Se invece si butta all’interno, avvicinandosi a noi, aumentiamo la pressione fino a quando non ritorna alla distanza adeguata. Spesso sono inconsapevoli passi indietro del cavaliere a portare il cavallo a chiudere il cerchio. In tal caso, il nostro corpo sta comunicando paura. Un atteggiamento che non sfuggirà all’animale e della quale ne trarrà vantaggio per prendere controllo dell’esercizio volgendolo a suo favore. All’inizio non pretendiamo di scegliere l’andatura, ma lasciamo che scelga la più adatta al suo stato d’animo. Con il tempo imparerà a risparmiare le energie e a non partire a tutta velocità. Ricordiamo che i cavalli sono animali schematici e se pretendiamo che ogni volta che vengono girati alla corda vadano al galoppo, questo schema verrà ripetuto, non permettendoci di interpretare le andature come uno stato d’animo.
I cambi di direzione sono spesso i momenti più critici di questo lavoro. Non fermiamo il cavallo prima di cambiar di mano, ma semplicemente ricreiamo lo schema comunicativo (braccio, voce, pressione) (foto6). Questo porterà il cavallo a mantenere la concentrazione su di noi durante tutto lo svolgimento dell’esercizio, in quanto di tanto in tanto e senza preavviso potremmo chiedere un cambio di direzione. Cerchiamo di mantenere pressione fino a raggiungimento dell’obiettivo. Probabilmente avremo bisogno di utilizzare una staccionata o una parete per convincerlo a cambiare o creando una situazione di fastidio con dei ripetuti colpetti sulla capezza (foto7). Sta alla nostra intelligenza creare una situazione tale per cui il cavallo si trovi a scegliere di voler cambiar direzione come da noi richiesto. Non arrendiamoci nella richiesta, altrimenti gli insegneremo che a lui basterà aspettare il nostro sconforto per liberarsi della pressione.
Visto che pretendiamo attenzione da parte del cavallo, anche la nostra attenzione su di lui dovrà essere alta e costante. Perciò non diamogli mai le spalle durante l’esercizio, ma seguiamolo mentre gira, dimostrandogli il nostro impegno nei suoi confronti. Anche per la nostra sicurezza, teniamo sempre gli occhi sul cavallo.
In caso di comportamenti scorretti, come calci verso il cavaliere o impennate, aumentiamo la pressione per incrementare l’intensità di lavoro. Facciamogli capire che un comportamento scorretto e irrispettoso non farà che rendere più difficile l’esercizio (foto8). Se una reazione negativa ci costringe ad indietreggiare per la nostra sicurezza ed incolumità, lo possiamo fare, ma poi dovremmo riprendere immediatamente controllo della direzione, applicando pressione. Se non lo facessimo, il cavallo ripeterà il comportamento negativo alla prossima occasione e stavolta in maniera più decisa.
Nel caso invece in cui il cavallo cercasse di trascinarci con lui, valutiamo se abbiamo esagerato con le pressioni (avendo ottenuto una fuga) o se dobbiamo seguirlo (a causa di un rifiuto), mantenendo la pressione fino a quando non prenderà la direzione richiesta (foto9). Se in-vece il cavallo inizia ad incassare le pressioni senza muoversi, aumentiamo gradatamente l’intensità fino ad ottenere anche un solo singolo passo, per poi ripartire dalle pressioni minime (braccio nella direzione e voce). Diversi cavalli prima di accettare di essere gestiti nelle direzioni presenteranno una gamma di difese e resistenze in base alla loro esperienza. Non dobbiamo far altro che dimostrargli l’inefficacia di ciascuno di questi blocchi. Solo ad esaurimento delle possibilità il cavallo accetterà di modificare il suo comportamento. Alcuni casi di conflitto in questo esercizio possono essere diventati ormai cronici ed in tal caso rivolgersi ad un professionista è la cosa migliore, prima di far sì che il problema si radicalizzi o prima che cavallo o cavaliere si facciano del male. Alcuni cavalli diventano così sicuri dei loro atteggiamenti contro il cavaliere da risultare estremamente pericolosi. Ricercano uno scontro fisico, terreno nel quale risulteremo sempre e comunque sconfitti. L’unico ambito nel quale possiamo vincere è nel piano dell’intelligenza ed è lì che cercheremo di portare il lavoro.
Per quanto tempo dobbiamo ripetere questo esercizio? La risposta è: dipende. Dobbiamo imparare a osservare il nostro cavallo e capire quando si sente rilassato, in attenzione e disponibile al lavoro. Gli atteggiamenti corporei ci comunicano queste informazioni: la posizione delle orecchie, l’incollatura, le contrazioni muscolari e le andature. Quando il cavallo è tranquillo, con incollatura abbassata, orecchio interno in attenzione, al passo o trotto rilassato e non cerca alcuno scontro, allora è il momento di concludere l’esercizio e passare ai successivi o salire in sella.
Per quanto riguarda l’attrezzatura da utilizzare, per un primo periodo consiglio di utilizzare una capezza d’addestramento in corda, come la capezza ATH, prima di tornare alla capezza classica. Sconsiglio le comuni longe piatte, scomode, poco efficaci e a mio avviso anche pericolose. Una lunghina d’addestramento, come la lunghina 4 mt ATH, è di maggiore efficacia e per-mette di aver e un maggior controllo del lavoro. La frusta o lo stick possono essere strumenti per aumentare i livelli di pressione, ma non bisogna abusarne. Non sono una scorciatoia per ottenere risultati in tempi più brevi. Vanno quindi utilizzati con cognizione e dosati quanto più possibile.
Chiedere ad un professionista aiutarci ad imparare o a migliorare il lavoro in corda ci permetterà di migliorare il rispetto del nostro cavallo, di averne più controllo e di migliorare il rapporto con lui. Semplicemente girandolo in corda.

 

LA FRUSTA
Nell’immaginario comune il lavoro in corda è associato all’uso della frusta o di uno stick. Per alcuni cavalli è diventato ormai uno strumento necessario, senza il quale non sono in grado di muovere un passo. Questo accade perché abbiamo portato il cavallo a intuire i nostri limiti senza questi strumenti oppure perchè nella comunicazione utilizzata non abbiamo saputo gestire i livelli di pressione. Se ci troviamo tuttavia nella situazione di dover usare una frusta o uno stick o strumenti simili, non dimentichiamo di agire sempre per livelli di pressione. Quindi la prima richiesta sarà sempre il braccio nella direzione, poi la voce, poi porteremo lo strumento dalla posizione neutrale dietro di noi al nostro fianco, lo alzeremo, colpiremo il terreno a circa 2 metri dietro il posteriore, poi a un metro, poi a mezzo metro e solo dopo queste minacce inizieremo a toccare il cavallo con pressione crescente, fino ad avere anche un solo minimo risultato. Appena ottenuto, ricominceremo dall’inizio. Solo in questo modo otterremo di non desensibilizzare il cavallo allo strumento.

 

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PRENDERE IL CAVALLO A PADDOCK

Alcuni cavalli non amano esser presi quando sono il relax al pascolo. Per molti cavalieri diventa un’impresa che porta via molto tempo al lavoro in sella. Vediamo come procedere.

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Partiamo dal presupposto che il cavallo è una preda con un’enorme sensibilità e che reagisce alle pressioni. Per cui, tanto più faremo pressione per prenderlo, tanto più lui scapperà. Ma per prenderlo dobbiamo avvicinarci. E per avvicinarci gli mettiamo pressione. Come uscire da questa impasse? La soluzione concettualmente è semplicissima: facciamo in modo che sia lui a prenderci. A parole sembra facile, ma nel concreto come ci dobbiamo comportare? Innanzitutto serve tempo e pazienza. Non cerchiamo di fare questo lavoro quando siamo di corsa o quando siamo in uno stato d’animo nervoso. La fretta non porta a nulla con i cavalli e sicuramente ben sapete che gli stati d’animo sono percepiti da tutti gli animali. Quindi, armati di tranquillità e pazienza, entriamo nel paddock (che non sia troppo grande. In caso contrario faremo in modo di instradarlo in un pascolo più piccolo o in un ambiente delimitato in maniera sicura) dove placidamente pascola il nostro amico. Dopo essere entrati e aver chiuso il cancello o la fettuccia, restiamo un attimo a guardare le sue reazioni/risposte. Se alza la testa per osservarci, abbiamo la sua attenzione ed è già un buon punto. Se non lo fa, camminiamo, sempre con calma, diritti verso di lui (foto1), fino a quando volgerà lo sguardo verso di noi (foto2). A quel punto ci fermeremo. Se il cavallo rimane immobile fissandoci, distogliamo lo sguardo dai suoi occhi, guardiamo a terra, tenendolo sotto controllo con la coda dell’occhio. Lo sguardo è una pressione! Dopo di che procederemo verso di lui facendo un percorso a zig-zag molto ampio, per non dargli l’idea di esser diretti verso di lui. Ad ogni cambio di direzione, giriamo dando la schiena al cavallo, quasi come se volessimo andare via. Se notiamo segni di nervosismo, rallentiamo il passo o allontaniamoci leggermente. Se invece il cavallo comincia a muoversi o a scappare, riprendiamo a fissarlo e camminiamo dritti verso di lui, fino a quando non si fermerà di nuovo. Solo allora toglieremo la pressione abbassando lo sguardo e smettendo di camminare in sua direzione. Dovrà arrivare a capire che se lui scappa, noi gli mettiamo pressione, mentre se lui resta immobile, lo premieremo togliendo la pressione. A questo punto ripartiamo con il nostro zig-zag, sempre molto lento ed ampio. Il nostro punto di arrivo è vicino alla spalla sinistra del cavallo, di fianco al muso. Se il cavallo, quando ci avviciniamo si gira di posteriori, facciamolo galoppare via, mettendogli improvvisa pressione con voce e movimenti delle braccia. In quel momento è sulla difensiva e potenzialmente pronto a calciare, quindi non una situazione di sicurezza per poterlo prendere. Valutiamo sempre di essere in una posizione esente da pericoli. Dopo vari tentativi siamo arrivati vicini al muso del cavallo (foto3). È il momento di mettergli la capezza che abbiamo sempre tenuto in mano fino ad ora? Assolutamente no! Se lo facessimo, il cavallo riceverebbe una nuova dose di pressione che ci farebbe ripartire da capo. Proviamo ad accarezzarlo sulla spalla (foto4) e poi gli diamo le spalle e facciamo qualche passo per allontanarci. Sempre con la coda dell’occhio controlliamo i suoi atteggiamenti. Ci segue? Ottimo, abbiamo ottenuto quello che volevamo. Aspettiamo che ci raggiunga e poi riprendiamo a camminare, sempre senza voltarci e senza fissarlo. Una volta che ci ha raggiunto tre o quattro volte, con delicatezza andiamo più vicini al suo collo e con movimenti lenti, passiamo la lunghina da sotto il collo, in modo da avere un anello di controllo mentre infiliamo la capezza. È stato lui a “catturarci”. Se invece il cavallo, dopo esserci avvicinati, purtroppo ci ignora, dobbiamo girarci e fissandolo negli occhi, mandarlo via, mettendogli pressione (battendo le mani, facendo roteare la lunghina, facendo la rana). In questo modo riotterremo la sua concentrazione, anche se dovremo ricominciare tutto dall’inizio fino ad ottenere una costante attenzione. Una volta incapezzato il cavallo, non portiamolo subito in box o in lavoro, ma facciamolo pascolare o spazzoliamolo per un po’, in modo da associare l’uscita dal paddock ad una situazione piacevole. Ricordiamo che tanto più il cavallo si è abituato a scappare da noi, tanto più tempo ci vorrà per riabituarlo. La prima volta potrebbe volerci un’ora, ma il giorno successivo ci vorranno solo quaranta minuti e quello dopo venti, fino a quando il cavallo capirà che non c’è nulla di male ad essere presi e con ogni probabilità sarà lui a venirci incontro all’entrata del pascolo. Per la maggior parte dei cavalli questo sistema funziona. Una volta in campo poi, applichiamo il #metodoATH per rinforzare il legame ed il rispetto del cavallo, così da migliorare i risultati. Rimangono esclusi da questa soluzione i cavalli con traumi, per i quali conviene rivolgersi ad un professionista, per la propria incolumità in primis e per evitare di peggiorare la situazione. Ed ora, armiamoci di lunghina, capezza e pazienza e avviamoci verso il paddock.

CIBO SI – CIBO NO
L’utilizzo del cibo come metodo per convincere il cavallo ad esser preso può portare a risultati immediati, ma non duraturi. Anzi, inneschiamo in questa maniera un processo tale per cui il cavallo potrebbe aggredirci una volta in paddock per arrivare quanto prima al su premio. I soggetti più scaltri potrebbero non farsi mettere la capezza fino a quando non diamo loro la ricompensa e subito dopo scapperanno via. Ricordiamo che il cavallo non percepisce il senso di gratitudine per il cibo che gli diamo.

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20 SETTEMBRE 2020 – LONGHORN RANCH – SANT’ANGELO LODIGIANO (LO)

Una giornata al Longhorn Ranch per applicare il metodo ATH sul proprio cavallo ed imparare a prendere il controllo dei suoi movimenti da terra. Non ci sono vincoli di tipologia di monta (americana, inglese, spagnola…) nè di esperienza del cavallo e del cavaliere.

Programma indicativo:

  • Mattino: teoria e lavoro da terra. Comprendiamo i comportamenti dei cavalli nei confronti del cavaliere e impariamo a costruire il rapporto con il cavallo.
  • Pomeriggio: teoria e lavoro da terra. Comprendiamo il concetto di razionalizzazione, il rispetto della capezza, di spazio personale ed iniziamo a controllare le parti del cavallo.

Orari:

Mattina ore 08:30 – Pausa 12:00

Pomeriggio ore 13:30 – 18:30

Costi:

  • Partecipanti: € 100,00
  • Auditore: gratis
  • Affitto cavallo scuola: non disponibili
  • Affitto box: € 10,00
  • Pranzo nel centro: € 
  • Copertura assicurativa giornaliera: € 2,00

In caso di maltempo il corso sarà posticipato.

E’ gradita una conferma di partecipazione.

Posti illimitati per auditori.

Si consiglia ai cavalieri di portare con sè una capezza e una lunghina d’addestramento.

Saranno disponibili capezze e lunghine ATH da affittare a € 5,00 per la giornata.