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LA GESTIONE DELLE PRESSIONI

Ci sono moltissime scuole di pensiero su come applicare le pressioni ai cavalli. Cerchiamo di fare il punto della situazione.

 

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Ogni volta che si richiede qualcosa ad un cavallo, ogni volta che gli si vuole insegnare un esercizio, ma anche solo quando lo osserviamo, gli si applica una pressione. Tramite le pressioni abbiamo imparato a comunicare con loro, ma non sempre sappiamo quanta pressione mettere e come metterla. Specialmente per chi non ha la possibilità di aver a che fare con cavalli diversi, l’argomento suscita più dubbi che certezze. È meglio applicare un’unica pressione? O molte piccole pressioni? O pressioni crescenti? O magari costanti? Le domande che possono sorgere sono molte, perciò vediamo di fare luce sulla questione.

Foto 1 – Ogni volta che vogliamo comunicare con i nostri cavalli, applichiamo una pressione, volontariamente o involontariamente. Ma come dovremmo comportarci con queste pressioni?

Si parte dal presupposto che non esiste un’unica Verità nell’equitazione e spesso è l’esperienza a dirci qual è la via migliore per raggiungere i nostri obiettivi. Premesso questo, tuttavia si possono fare dei distinguo nell’uso delle pressioni. Innanzitutto cerchiamo di capire cos’è una pressione: ogni qualvolta che si crea una situazione alla quale il cavallo risponde o reagisce, a seconda che segua il lato razionale o istintivo del suo cervello, significa che egli sta rispondendo o reagendo ad una pressione. Essa può essere generata dal cavaliere in maniera volontaria, come per esempio tramite una richiesta, o involontaria. Ma può anche essere generata da altri animali o da situazioni ambientali, come per ipotesi il vento che muove un telo. Perciò il mondo equino è pieno di pressioni e l’incapacità di gestione delle stesse può portare il cavallo ad essere stressato, pauroso o in costante tensione, fino, in alcuni casi, a sfociare in vizi comportamentali. La gestione delle pressioni non causate volontariamente dal cavaliere viene insegnata al cavallo tramite i lavori di desensibilizzazione, abituazione o razionalizzazione, in base ai nostri obiettivi.

Foto 2 – Un cavallo incapace di gestire le pressioni è in costante tensione e può reagire in maniera inaspettata ad una richiesta.

Quello che ci interessa in questa sede è invece la gestione delle pressioni create dal cavaliere al fine di ottenere una risposta da parte del cavallo.
Come detto poc’anzi, vi sono diverse scuole di pensiero in merito all’argomento. Secondo il metodo ATH ci si basa molto più sulla praticità che sulla teoria, per cui le pressioni vengono applicate in base alle esigenze dettate dal momento. Nel metodo si parla spesso di livelli di pressione, partendo perciò dal presupposto che le pressioni debbano crescere come se fossero una scala, fino all’ottenimento del risultato, portando di conseguenza il cavallo all’apprendimento tramite il rilascio di pressione, ovvero alla rimozione della pressione come premio per aver trovato la giusta risposta. Il cavallo si trova perciò a dover ricercare una soluzione per liberarsi da una pressione creata ad hoc dal cavaliere, la quale resterà costante se le risposte date sono errate o incomplete, oppure crescerà nel caso in cui l’animale non cercasse in alcuna maniera di trovare un qualsiasi soluzione (Foto 3). Cesserà infine alla scoperta della risposta esatta. Questo processo porta l’equide a seguire richieste sempre più leggere e a scegliere di sua iniziativa il livello di pressioni a lui più consono, adattando il lavoro del cavaliere alla sensibilità soggettiva del cavallo.

Foto 3 – Tramite il metodo ATH si applicano livelli crescenti di pressione per stimolare il cavallo a trovare delle risposte alle nostre richieste.

Tali pressioni non saranno però sempre e solo crescenti. In tutti quei i casi in cui il cavallo dovesse ricercare uno scontro in opposizione alla pressione, non si dovrà lavorare per livelli crescenti, ma per pressioni costanti. Un esempio è il lavoro di rispetto della capezza: se lavorassimo per livelli di pressioni crescenti, non faremo che creare un “tiro alla fune” con il cavallo, nel quale scontro non può che vincere l’animale. In questo caso si deve invece lavorare per pressioni leggere e costanti, senza cedere allo scontro con l’equide, ma facendogli capire che alla cessione verso la richiesta, essa si fermerà, con conseguente rilascio. Spesso gli strumenti, come la capezza d’addestramento, aiutano ad ottenere con questa modalità il risultato in tempi più brevi, creando un contesto di scomodità, senza quindi dover lavorare sul piano della forza. Se tuttavia il cavallo rifiutasse di cedere alla pressione, non ricercando però al contempo lo scontro, lo si richiamerà all’impegno con uno strattone improvviso, per poi tornare immediatamente ad una pressione leggera e costante. Non si arriverà così al confronto fisico, ma gli si proporranno due diverse dinamiche di pressione: una leggera ed una a richiamo. Con l’imboccatura il concetto è il medesimo: fino a quando il cavaliere ottiene la cessione alla pressione, essa rimarrà leggera e costante, in modo da poter accompagnare il cavallo verso la direzione richiesta. In caso di rifiuto, non si ricercherà lo scontro fisico, cercando di tirare più forte del cavallo, ma si effettuerà un richiamo, con un picco improvviso di pressione, per poi tornare ad una leggera e costante pressione.

Foto 4 – La pressione costante può insegnare al cavallo a seguire una determinata pressione.

 

L’utilizzo della pressione costante negli altri casi, invece, provoca opposizione da parte del cavallo. Basta un minimo di osservazione del comportamento dell’animale per comprenderlo e, a lungo andare, questa tecnica porterà alla desensibilizzazione alla richiesta. La pressione costante, come spiegato, può essere utile solo nel momento in cui il cavallo ha imparato a allontanarsi da essa e viene quindi utilizzata dal cavaliere per ottenere un movimento continuo, per esempio in un lavoro su due piste da sella, per controllare il posteriore. Bisogna tuttavia fare attenzione a quando il cavallo inizia a premere contro questa pressione, tornando a ripetergli nuovamente di allontanarsi dalla stessa. Se invece il nostro obiettivo è proprio quello di desensibilizzare il cavallo ad una certa pressione, la modalità costante può venirci in aiuto. Un esempio può essere il cavallo che accelera l’andatura ogni volta che viene toccato sui fianchi. In tal caso un primo step consiste nel desensibilizzare parzialmente i suoi fianchi con una pressione costante, per poi reinsegnargli a gestire la richiesta.

Foto 5 – La pressione costante può essere utilizzata per desensibilizzare i fianchi di un cavallo ipersensibile, per poi reinsegnargli a gestire le richieste delle gambe.

Un altro modo di applicare la pressione è l’applicazione ritmica, con piccoli e ripetuti colpi, siano essi dati dalla lunghina, da una frusta, dalle gambe o da uno sperone. La pressione ritmica è usata poco nel metodo ATH, se non per creare una situazione di scomodità in alcuni particolari momenti. È evidente che la ripetizione di una pressione senza soluzione di continuità non può che portare a lungo andare ad una desensibilizzazione dell’area in cui tale pressione viene esercitata. In tal caso il livello di pressione spesso non è tale da spingere il cavallo a trovare una soluzione per cambiare la situazione, portandolo a lungo andare ad ignorare la richiesta. Molti cavalieri applicano anche in maniera involontaria questa metodologia, rendendo sordi i cavalli alle loro richieste. Pensiamo per esempio allo sbattere involontario delle gambe di un cavaliere privo di sufficiente esperienza sui fianchi del cavallo o al movimento incontrollato delle redini. Infine, il limite di questa tecnica consiste nel diventare inutile nel momento in cui il cavallo dovesse decidere di ignorare quel preciso livello di pressione ripetuto.
Chi comincia invece usando delle pressioni immediatamente alte nella comunicazione con il cavallo, non fa che posizionare l’asticella di inizio della comunicazione già in alto e da lì non può che crescere, rendendo il processo comunicativo uno scontro costante con progressiva sordità o timore alle richieste da parte del cavallo. Nel caso opposto, viceversa, le pressioni tenute volontariamente sempre troppo basse, portano l’animale ad ignorarle. Questo accade perché una pressione bassa può non motivare il cavallo ad effettuare un cambiamento nel suo comportamento o atteggiamento, visto che la scomodità creata può essere liberamente trascurata.

Foto 6 – Anche da sella tramite la pressione costante si richiede al cavallo di seguire la mano del cavaliere, altrimenti lo si richiama con un improvviso picco di pressione.

Quindi, in conclusione, i diversi modi di applicazione delle pressioni ci possono portare a diversi risultati. Una determinata metodologia può risultarci inutile per un obiettivo, ma efficace invece su un diverso esercizio. L’esperienza, la nostra capacità di regolare le pressioni, la capacità del cavallo di gestirle, la situazione in cui ci troviamo sono tutte caratteristiche da valutare nella scelta della pressione da applicare. Non c’è, come spesso accade nel mondo equestre, un’unica ed univoca strada, ma è il cavaliere a far la differenza. È inutile dire che se le pressioni sono incostanti e incoerenti, qualunque sia la metodologia applicata, porteranno a risultati altrettanto incostanti ed incoerenti, con conseguente confusione mentale da parte del povero cavallo, che non riuscendo a comprenderci, chiuderà la comunicazione verso di noi.

 

 

 

L’USO DEGLI STRUMENTI
Gli strumenti servono per rinforzare ed aumentare le pressioni che applichiamo, siano essi capezze d’addestramento, fruste, stick, speroni e via dicendo. È normale durante un lavoro di lungo periodo con i cavalli che si perda parte della sensibilità nella comunicazione, così come accade per l’essere umano che si adagia su lavori già conosciuti. Quindi può esser necessario ad un certo punto dover alzare le pressioni applicate e gli aiuti naturali potrebbero non riuscire a superare la soglia richiesta. Perciò subentrano gli strumenti. Essi non sono tuttavia una soluzione rapida ad un problema. Potrebbe sembrare in un primo momento che sia così, ma non a lungo andare, creando, anzi, diverse problematiche. Devono essere utilizzati rispettando la metodologia di applicazione delle pressioni che abbiamo scelto ed una volta ottenuto il risultato si deve costantemente tendere poi a ritornare al lavoro senza lo strumento. Non sempre questo sarà possibile, ma l’obiettivo del buon cavaliere è ottenere la comunicazione con la minima pressione possibile, cercando di rendere il passaggio di informazioni con il suo cavallo sempre più immediato e leggero. Talvolta la sola presenza dello strumento può far intuire al nostro compagno a quattro gambe che siamo pronti ad aumentare le pressioni e questo può essere sufficiente a creare la giusta motivazione per impegnarsi sul lavoro, senza al fine nemmeno utilizzarlo. Logicamente deve esserci coscienza nell’uso di uno strumento e conoscenza di quali pressioni esso va ad applicare sul cavallo.

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